La porta gialla

La porta gialla

Ha un libro in mano e, seduta davanti a una porta gialla, Erica attende il referto dell’esame che ha richiesto. Un dolorino, niente di più, ma quel tanto che basta per pensare che fosse opportuno fare un controllo. Quando finalmente è aldilà della porta, le parole del medico non lasciano spazio a fraintendimenti: due masse, vicine e maligne, i linfonodi sono già stati interessati. Nebbia, buio, freddo e quelle parole pronunciate senza badare troppo ai fondamenti razionali e scientifici di fondo: “Non può essere: ricontrolli, per favore. Ho tre figli piccoli… non è possibile!”. È l’inizio di un cambiamento. Forse, di una tragedia. In ogni caso, di una nuova storia da raccontare. È così che esordisce il racconto della nuova vita di Erica. Quarant’anni, un marito – Davide - e tre bambini, Erica è una donna come tante, con una storia come molte altre: una vita sempre di corsa, accelerata dai doveri di madre, complicata dai ruoli e dai bisogni, pienamente allietata dalla famiglia, dagli amici, dall’impegno nelle attività parrocchiali. E quando in quell’amabile caos si palesa la malattia, con il suo vortice di ansia, dolore e sacrificio, Erica sente la paura forte e densa come una massa. Ma quel tumore è anche una matassa da sbrogliare. Da dove partire? Dove trovare un appiglio saldo nel mare di incertezza in cui annega chi è malato? Il tempo della malattia, con la sua angosciante prospettiva della fine, può davvero trovare senso e diventare un viaggio dentro se stessi, verso i luoghi di valore della vita?

Scrivere, raccontarsi e raccontare non è soltanto uno sfogo, ma anche un sistema ottico nuovo attraverso il quale osservare la propria condizione, ciò che è ancora e ciò che si desidera davvero, ciò che non si conosce e lo sgomento che suscita. “Mi si spalancava davanti un luogo nuovo, di cui non riuscivo neppure a immaginare la geografia”. Narrare la propria malattia diventa per Erica una necessità, un modo per “non rischiare di cancellare le parti indesiderate, per ricordare gli attimi di gioia e di sollievo che sicuramente sarebbero arrivati”. Ne è venuto fuori un diario, dei giorni di nuvole e vento, per i test diagnostici e i cicli di chemioterapia, e di quelli con il sole, come le giornate dedicate ai propri figli, nonostante tutto, malgrado il senso di spossatezza e le energie che l’abbandonano. E il tempo della malattia diventa tempo prezioso. La famiglia, gli amici, la comunità sono i suoi punti di forza. Condividere il peso dell’incertezza, lasciarsi portare in braccio da chi si offre in aiuto e vestire di storie di principesse e cavalieri la parabola della malattia, affinché i figli sappiano della malattia, ma non cedano allo sconforto: è così che la Bassi affronta il “mostro”, quel cancro al seno che ha messo a soqquadro la sua vita e i suoi progetti. Erica ha una grande fede e ad essa si aggrappa come un naufrago sul legno di una Croce. E se talvolta, l’acqua sembra risucchiarla verso il fondo di un abisso, la preghiera sua e di chi le è vicino la sorreggono e la guidano nelle scelte che la malattia impone: curarsi o lasciarsi andare, lottare o rassegnarsi, quale cura e dove… Siamo davvero soli dinanzi alla vita e al dolore? Decisamente no, potrebbe essere la risposta della Bassi, pronunciata coralmente insieme alle persone che l’hanno accompagnata fino all’ultima pagina di un diario, che si chiude per iniziarne un altro, forse, un’altra storia, un’altra vita nel segno della speranza.



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