La prima guerra mondiale

Estate 1914. C’è aria di guerra, in Europa, e si respira un’atmosfera di grande eccitazione. In qualche modo sembrano tutti o quasi convinti che “con sangue freddo e acciaio rovente si stia compiendo una meravigliosa opera umana”, anche intellettuali insospettabili sembrano contagiati da una febbre misteriosa: Freud per esempio dichiara di “sentirsi austriaco per la prima volta in trent’anni”. Da dove nasce tanto entusiasmo per la guerra? L’Impero asburgico è un mosaico di nazionalità e il militarismo appare “l’unica incarnazione di uno Stato che non poteva fondare la raison d’être su una coscienza nazionale”. Alla fine di giugno l’arciduca Francesco Ferdinando si è recato in visita in Bosnia con la moglie e i due hanno trovato la morte per mano di un giovane estremista, tale Gavilo Princip. Il governo austriaco ci ha messo un mese – un mese di febbrili consultazioni diplomatiche, di lotte politiche intestine a corte e di dubbi da parte dell’anziano imperatore Francesco Giuseppe – per elaborare una posizione ufficiale, che si è tradotta in una sorta di ultimatum in dieci punti inviato alla Serbia, la quale ha contribuito ancor di più alla confusione accettando più o meno esplicitamente tutti i punti ma al tempo stesso ordinando la mobilitazione delle sue forze armate. Tutti i Paesi europei iniziano febbrilmente a considerare l’opportunità di entrare in un conflitto che tutti prevedono brevissimo: come approfittare il più possibile della situazione? Con chi allearsi e per colpire chi?

Keith Robbins, una vita passata a insegnare Storia Moderna tra University College of North Wales, University of Glasgow e University of Wales, con questo saggio targato Oxford University Press ci fornisce una sintesi elegante e non banale di un tema enorme e sfaccettato. È attento sia al contesto culturale e storico in cui la Prima Guerra mondiale è nata e si è diffusa, come un incendio, in gran parte del mondo conosciuto, sia al susseguirsi delle campagne militari sui diversi fronti, non solo europei. Ma racconta con efficacia anche le tortuosità della diplomazia, l’evoluzione del consenso al conflitto sui fronti interni. E soprattutto racconta quella che chiama “l’esperienza della guerra”, cioè l’impatto emozionale e sociale che la Grande Guerra ha avuto sui sopravvissuti: il silenzio ostinato, gli incubi, la galassia di devastanti sintomi psichiatrici che oggi chiamiamo disturbo post-traumatico da stress. Robbins indaga anche aspetti meno immediati di questo ambito: i cascami della guerra nel campo della religione, dell’arte, della letteratura. Questo approccio “sensibile” da parte di Robbins e la brevità della trattazione (lo stesso storico definisce il suo libro “forse uno dei più brevi (sull’argomento, ndr) e di più ampia angolatura” nella prefazione), malgrado in un certo senso ovviamente comporti una qualche superficialità, rendono questo saggio tra i migliori per approcciarsi al tema della Grande Guerra da profani. Per approfondimenti e trattazioni esaustive di questo o quell’aspetto, rivolgersi altrove



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