La prima persona

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Due uomini al bar. Uno giovane uno anziano, potrebbero essere padre e figlio ma tra loro non c’è rabbia né diffidenza, quindi devono essere per forza altro. Parenti, amici, qualcosa di simile. Il più giovane parla della differenza tra il romanzo e il racconto, definisce il romanzo “una vecchia puttana cadente”, mentre secondo lui il racconto è “un’agile dea, una ninfa dal corpo snello”. Un donna li sta ascoltando, origlia interessata e stupita e così, tanto per fare qualcosa, comincia a pensare a quanti tra i libri che ha a casa si possono definire “scopabili” e quanto sarebbero “bravi a letto”. Ad un tratto prede il cellulare e chiama la sua migliore amica, che è in ospedale a fare la chemioterapia. “Ascolta”, chiede all’amica perplessa, “Il racconto breve è una dea o una ninfa e il romanzo è una vecchia puttana?”. L’amica è stupita e molto perplessa. Dice che ci penserà e richiamerà tra un po’… Una donna in pausa pranzo si reca al supermercato Waitrose per fare la spesa settimanale. Lascia incustodito il carrello per pochi minuti e quando torna ci trova seduto un bellissimo bambino cicciottello. Biondo e ricciolino, con la pelle bianca e rossa, grandi guanciotte simile a quelle di un Cupido, indossa una tutina azzurra e scarpine in tinta. Il bambino non parla, la donna si guarda in giro ma non c’è nessuno in vista. Preoccupata, spinge il carrello fino al box “Assistenza clienti”. Lì c’è una impiegata che non sembra credere molto alla sua storia. Nessuno ha denunciato la scomparsa del bambino, si forma un crocicchio di persone che inizia a impicciarsi e fare commenti. La donna è sempre più confusa… Il bambino passa le giornate a letto da quattro mesi, tra la disperazione della madre. Fino a due settimane fa almeno si metteva a sedere, nelle ultime due settimane tutto quello che fa è alzare le palpebre, senza nemmeno muovere la testa abbandonata sul cuscino. Le analisi non riescono a individuare nessun problema o malattia. Lo hanno visitato tre dottori, ma non se ne viene a capo. La madre, disperata, prende le Pagine Gialle e cerca alla categoria “Terapie alternative”, tra “Tende e tendaggi” e “Termocoppie e termoresistenze”. Ci sono solo due nomi nella sua zona: un annuncio pieno di paroloni e uno con solo un nome e un numero di telefono. La madre chiama il primo, c’è una segreteria e lei lascia un messaggio. Poi chiama il secondo, risponde una strana donna dai modi molto bruschi…

Non è la solita formula trita e ritrita che leggete spesso nelle recensioni, stavolta è vero: i racconti di Ali Smith sono proprio difficili da categorizzare, e questi lo sono più degli altri perché sperimentalismi, realismo magico, divertissement letterari e metaletterari, persino romance (la scrittrice scozzese si rivela una delle migliori al mondo a raccontare le discussioni tra partner immediatamente precedenti ai litigi, non so se avete presente) convivono fianco a fianco in queste pagine. Sembra quasi che la Smith voglia mettere alla prova la forma racconto, voglia testarla e stressarla in questo La prima persona, suo quarto libro di short stories. Ma che voglia farlo senza perdere la tenerezza: gioca con le parole, scherza con il concetto stesso di storytelling ma leggendo di questi ubriaconi sentimentali, di queste madri sull’orlo di una crisi di nervi, di queste donne insonni che fantasticano sulle leggende metropolitane legate all’uscita d’emergenza di un cinema, di queste viandanti generose che si vedono amputare una mano da vecchiette bisognose d’aiuto, di questi dèi capricciosi che si incarnano in corpi di bambini paffutelli e di queste coppie (lesbiche, ma non è questo il punto) che si sfidano in interminabili schermaglie verbali fino a farsi male o a riconciliarsi non si ha per nulla la sensazione di assistere a virtuosismi fini a loro stessi. Si cade vittima dell’incantesimo della Smith per dodici volte di seguito, ma non ci si sente traditi, per così dire: Ali Smith non ci inganna, ci incanta.



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