La prima regola degli Shardana

La prima regola degli Shardana

Il “gruppo dei romani” è arrivato a Prantixedda Inferru, un paesino dell’Ogliastra, nel bel mezzo della Sardegna. “Prantisgedda, con il fonema sg che si pronuncia shhh…, ma con la g morbida”: per pronunciarlo come si deve, “devi avere sangue sardo nelle vene. O le corde vocali geneticamente modificate”. Il gruppo dei romani è anche la nuova dirigenza della squadra di calcio locale, composta da “1) quello che ogni sera sta prima dei pacchi in tv… 2) il figlio di Pietro Ventura… 3) due tipi alti, evidentemente fratello e sorella”: Giuseppe Rodàri, vip della tv, calciatore dilettante e nuovo allenatore de S’Inferru; Raffaele Ventura, importatore di tequila un tempo, perlopiù un fallito oggi, presidente della squadra; Sandro e Michela, amici degli altri due. Tre vecchi compagni di scuola – e una sorellina – uniti in un’avventura che sembra una promessa di riscatto, lontano dai problemi di uno squallido studio affittato a Roma (e dalla mafia rom, che cerca Sandro per i suoi casini). Gli intrallazzi e i compromessi della capitale, però, non sono poi così lontani dal paesello della signora Iole, con la sua pessima ma abbondantissima cucina, da un sindaco che i suoi vecchi compagni di scuola chiamano ancora Il Merda, da una squadra che di squadra ha davvero solo il nome. Lo zoppo, il prete, la ragazzina, l’impiegato comunale… i giocatori messi insieme da Ventura e da Rodàri lasciano alquanto a desiderare, eppure il cammino verso la Coppa Sarda non è scontato come vorrebbe (Raffaele) credere all’inizio. L’impresa suicida condotta sulle spalle dell’anziana coppia di genitori diventa presto una sfida, in barba alle pressioni di viscidi politici locali, ricchi e potenti personaggi famosi, una moglie stronza e il suo ancora più stronzo e ricco padre, brutti ceffi di ogni etnia. Anche quando tutto sembra perduto, ogni sorta di improbabile personaggio viene fuori al momento giusto per dare una mano e ad affollare Casa Ventura…

Non è che Giovanni Floris eviti del tutto il rischio di fare della Sardegna l’ennesima cartolina, ma c’è una grande differenza tra il depliant patinato di un SoleVillage e questo racconto, che magari rimarrà una cartolina, ma almeno tridimensionale, in cui i personaggi si sollevano dal fondale, sono diversi tra loro, prendono spunto da personaggi reali (alcuni perfino nei panni di se stessi, come Franco Selvaggi). Abitano una Sardegna “che non è un atollo”, piena di contraddizioni, in cui a chi rimane può capitare di avere il primo cinema a venti chilometri di distanza. “Una cosa è innamorarsi in estate, una cosa è non trovare lavoro in inverno”. Le glorie e le idiosincrasie sarde sono raccontate da un punto di vista che forse non è quello dell’isolano a tutti gli effetti, ma nemmeno quello del turista: è lo sguardo di chi la Sardegna ce l’ha nel sangue, pur rimanendo – per scelta o per forza – a lungo lontano. Non tralasciando una (letteraria) verosimiglianza linguistica, con qualche frase in dialetto e qualche regionalismo, il libro ha tutti gli ingredienti giusti: i criminali, il romanticismo, gli ideali, la fama, il sangue, il denaro… e funziona, è divertente, cattura come catturano le favole. La prima regola degli Shardana è questo: una bella favola sull’amicizia, vera (davvero?) anima del calcio e – a prezzo di mettersi in discussione, fare dei bilanci, voler ricominciare – motore di questa improbabile, intercontinentale, interculturale, incredibile impresa.



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