La primavera cade a novembre

La primavera cade a novembre

Il Commissario Vito Annone è un uomo cocciuto e nei suoi quarant’anni ne ha dato costante prova: a cominciare da quando ha resistito ai complimenti del grande Raffaele Viviani e alla sua offerta di un posto sotto le luci della ribalta per fare il poliziotto. Proprio la cocciutaggine lo ha portato ad opporsi con dolce risolutezza alla sorte avversa che sembrava frapporsi tra lui e le sue nozze con Teresa, sogno coronato superando ostacoli, malattie e morti di familiari e avendo la meglio sulla cieca contrarietà di sua madre Nunziatina, che ha messo in campo artifici da grande attrice per fermarlo; il suo amore per Teresa è ancora più cocciuto e persistente nelle avversità, a dispetto dei tiri mancini che la natura ha loro riservato. La cocciutaggine del ventenne con gli anni si è trasformata in tenacia e ostinazione e queste qualità insieme ad un certo istinto da sbirro, a una curiosità che non si sazia se non ha scavato i fatti fino all’osso, ad un’innata insofferenza per i luoghi chiusi che lo porta a rifuggire il più possibile la scrivania polverosa del suo ufficio angusto e soffocante, lo fanno incappare ‒ insieme alla guardia scelta Gegè Di Lorenzo ‒ negli strani traffici che hanno cominciato ad animare le notti del porto di Castellammare di Stabia in questo tiepido autunno del 1947. Sarà stata la curiosità di capire i legami tra i caporioni e gli americani che scaricano sigarette in mezzo alla notte a fargli beccare una pallottola di striscio, ma se non fosse stato per la determinazione e l’acume investigativo, per il suo rifiuto delle apparenze anche se apparecchiate ad arte, la morte del pugile Strazzullo, vecchia gloria con velleità di riscatto, sarebbe stata archiviata come un regolamento di conti per questioni legate al contrabbando…

Il destino di un libro nel gradimento del lettore è decretato dalle prime pagine. Angelo Mascolo si guadagna uno strapuntino per ora piccolo, ma estremamente solido, accosto ai più grandi e ai più originali autori di genere già a partire dall’incipit “Il proiettile bucò il cranio imprimendo sullo zigomo un sorriso”. Questa frase ha anche il pregio di essere quasi l’unico dettaglio macabro del libro, che è costruito come un elegante passeggiata che solo a tratti prende i ritmi affannosi dell’arrancare per le salite strette di Castellammare. I delitti, il balenare di nuovi equilibri criminali che si consolidano alle falde del monte Faito, lo svelamento di una finissima trama di vendetta, sono quasi pretesti per accompagnare il lettore nella scoperta di una città, che pur togliendo il respiro per molti e avversi motivi, nel 1947 “aveva rinunciato da tempo alla lotta per la vita”, seppellendo suoi istinti migliori sotto i cumuli di macerie lasciati dalla guerra, così come aveva seppellito la sua migliore gioventù, quella che alla palestra Italia era impegnata a costruire muscoli e amor patrio. La primavera cade a novembre rivela al pubblico un fine giallista che non cede mai agli stereotipi, creando due figure investigative dove i ruoli non sono quelli fissati da decenni di tradizione narrativa di genere. La guardia scelta Gegè non è la spalla un po’ sciocca che fa da contraltare al sardonico investigatore principale, ma è un personaggio a tutto tondo, le cui ingenuità da giovane montanaro irpino non sono mai gaffe ma solo lacune di esperienza. Pur nel rispetto dei ranghi Annone e Di Vincenzo mettono in campo una passione investigativa pari solo al loro amore per la città e al disprezzo per gli avvoltoi come il dottor Trojano, che si librano alti in attesa di decidere chi meglio potrà saziare la loro fame di gloria.

LEGGI L’INTERVISTA A ANGELO MASCOLO



 

 

 

 
 
 
 

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