La prosivendola

La prosivendola
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Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio, accetta di buon grado un incarico che potrebbe assicurare una rendita vitalizia al nipote in arrivo. A lui quindi il compito di incarnare il famoso quanto misterioso J.L.B., l’autore di maggior successo della casa editrice Taglione, rimasto fino a quel momento soltanto un nome senza volto. A proporgli l’insolito incarico è la direttrice della casa editrice, alias ‘prosivendola’: la regina Zabo, una donna minuta dalla testa di grandezza spropositata, disposta a fare qualsiasi cosa per rilanciare le vendite di quello che si preannuncia un successo annunciato. Malaussène fa del suo meglio per calarsi nel ruolo che lo aspetta, ma in occasione della sua prima intervista fa un errore in una risposta, un errore che gli costerà molto caro. Non passa molto tempo prima che tre losche figure gli ricordino che per certe cose non sono ammesse ‘variazioni sul copione’. Alla vigilia della prima conferenza stampa, preparata con uno sforzo mediatico immane per la casa editrice, le minacce si trasformano in realtà e, durante uno show, J.L.B./Benjamin Malaussène rimane vittima di un temendo attentato. Le sue condizioni appaiono subito gravi, va in coma e i medici lo danno quasi per spacciato, l’unica speranza è tenuta in vita dalle convinzioni della sorella più piccola di Malaussène (l’astrologa) che rassicura parenti e amici che il caro Benjamin vivrà felice fino all’età di novantatre anni. Julie, giornalista freelance amata dal nostro protagonista, è decisa a trovare il responsabile dell’incidente e per prima cosa scopre la reale identità di J.L.B. e lo rapisce. Il caso vuole però che vengano ritrovati di lì a poco i corpi senza vita sia di Teston (il vero J.L.B.) sia del suo segretario, e i sospetti cadono subito su Julie. Poi, ancora una vittima…

La Prosivendola è il terzo libro della saga di Malaussène, un libro che viene aperto con la frase “La morte è un processo rettilineo”, una frase che rappresenta il fil rouge che accompagna il lettore nel funambolico narrare di Pennac. Eh sì! Pennac lo si ama o lo si odia, non c’è via di mezzo, non bisogna aver pregiudizi di sorta ed essere pronti ad essere schiaffeggiati o accarezzati ad ogni pagina, bisogna conoscere i vari personaggi ed è caldamente consigliato leggere i suoi romanzi in ordine temporale, nonostante l’autore sia sempre prodigo di informazioni capaci di non far perdere la bussola al lettore. Ma la bussola si perde ugualmente ed è un bene: leggendo Pennac gira la testa, e in questo terzo capitolo della saga, mettendo ‘in panchina’ il povero Benjamin, l’autore francese ha la possibilità di introdurre nuovi personaggi e tessere nuove rocambolesche trame. Il libro, come i precedenti, è divertente, originale, brillante anche se da molti considerato meno incisivo dei precedenti, e da alcuni giudicato addirittura noioso. Il fatto è che per chi ama leggere le saghe è difficile non essere felici di poter rivedere all’opera i propri beniamini… Un’unica pecca, proprio per cercare il pelo nell’uovo: i Carabinieri a Belville?

Leggi l'intervista a Daniel Pennac

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