La prossima volta il fuoco

La prossima volta il fuoco

“Ti sto scrivendo questa lettera nel tentativo di insegnarti come pressappoco va trattata questa gente, visto che nella quasi totalità essi non sanno nemmeno che tu esisti”. Una lettera al nipote per metterlo in guardia dai bianchi. Siamo a New York, nei primi anni ’60, quando la discriminazione/segregazione è ancora molto forte. Gli spiega che è stato confinato in un ghetto e che lì deve stare, che è considerato un essere umano privo di valore, che i bianchi hanno già deciso per lui il suo futuro. Ma lo esorta, nonostante tutto, a perseguire la strada dell’integrazione che, però, deve partire dai negri, perché i bianchi non hanno ben chiara la realtà, perché per anni sono stati spinti a credere che i negri siano a loro inferiori… Nella sua età giovanile lo scrittore, per evitare di finire a vivacchiare e a delinquere, come la maggioranza dei suoi coetanei di Harlem, inizia a frequentare una chiesa del quartiere, resta colpito dal pathos che si respira durante le funzioni (i canti al Signore, il ritmo dei corpi che si dimenano, le invocazioni esasperate) e inizia a diventare un punto di riferimento per la comunità. Riflette sulla Chiesa dei cristiani bianchi che critica per l’ ignoranza circa la sua stessa nascita, avvenuta in Medio Oriente (terra di mori) “prima che il colore venisse inventato” e per l’omicidio che sta alla base della sua fondazione (Cristo dovette essere ucciso dai Romani, bianchi); ne sottolinea l’arroganza e la crudeltà con le quali è stata diffusa la Parola. Incontra anche il leader di “Nation of Islam” Elijah Muhammad la cui dottrina si fondava sulla certezza storica della natura diabolica dei bianchi che si portavano appresso una maledizione tale per cui, entro 10/15 anni, sarebbero stati spodestati, come lo stesso Allah aveva rivelato a Muhammad. Allah aveva concesso al Demonio di creare l’uomo bianco e la donna bianca (“ancor più disastrosa creazione”) ma a patto che potessero regnare sul mondo per un determinato numero di anni. Da tutto ciò, Baldwin trarrà le sue conclusioni, forse inaspettate…

James Baldwin pubblica La prossima volta il fuoco nel 1963, una decade, quella degli anni ’60, costellata da violenze e conquiste, da sacrifici umani e vittorie. È necessario tenere presente la situazione socio-politica del periodo, per entrare nello spirito del libro. Baldwin, soprattutto nella seconda lettera che altro non è se non un’ampia esposizione del suo pensiero, mai è stato così analitico e così preciso non solo nel rivendicare l’uguaglianza umana, sociale e politica, ma anche nell’analizzare a livello antropologico/psicoanalitico il razzismo dell’America bianca. Il punto fondante la sua tesi è la frustrazione e l’incapacità dei bianchi di amarsi tra loro e quindi di sfogare sui negri queste loro debolezze endogene. Prende come esempio il jazz: quando i bianchi cantano una canzone jazz, la cantano con voce “asessuata”, senza pathos, senza sensualità. Questo dimostra non solo la totale misconoscenza verso la cultura nera ma anche la loro mancanza di spontaneità, quel blocco verso l’Altro che li costringe, in qualche modo, a non amarsi nemmeno tra loro. La sensualità a cui fa riferimento Baldwin non è esclusivamente sessuale, ma è “rispettare e godere la forza irreprimibile della vita, la vita stessa ed essere presenti a tutto ciò che si fa, dall’atto di amare a quello di spezzare il pane”. Perdere la spontaneità procura incertezza, diventa incapacità di spiegarsi un mistero (in questo caso la cultura e la presenza stessa del negro); viene a mancare il confronto con la realtà e, per questo, si interpongono atteggiamenti mentali individuali che poi, a livello inconscio, finiscono per diventare un “patrimonio” comune, generale e ad acquistare un valore storico. Per la prima volta Baldwin interviene in misura molto netta sulla questione religiosa, sia riguardo il cristianesimo sia riguardo l’Islam. Quest’ultimo aveva trovato grande accettazione tra la comunità di colore, soprattutto grazie all’azione di miglioramento sociale che il carisma e le capacità di Muhammad avevano apportato: controllo della diffusione della droga, cura dei tossicodipendenti e degli alcolizzati, controllo sugli ex-detenuti in modo che non finissero nuovamente in carcere. Un grande successo nonostante la dottrina fosse un po’ folcloristica e assolutamente priva di fondamento storico e scientifico; lo dico senza volontà di offesa ma giusto per definire il livello di credulità a cui un popolo oppresso cede quando gli si prospetta una fuga. Leggere Baldwin non è mai una passeggiata nel parco. Queste due lettere e in special modo la seconda, mettono con le spalle al muro, fanno sentire tutto il peso dell’ abominevole razzismo dei bianchi, perché se ti guardi le mani e le vedi bianche non puoi evitare di sentire una colpa che non è tua personale ma che, in tutti i casi, appartiene anche a te.



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