La punizione

La punizione

A Tangeri, in Marocco, è la mattina del 16 luglio 1966 quando una jeep militare con a bordo due soldati si accosta alla porta di casa di una famiglia per consegnare un biglietto del treno per un viaggio in terza classe verso una località vicino Meknès. “Domani tuo figlio deve presentarsi al campo di El Hajeb, ordine del generale”, “Non gli conviene svignarsela”, queste parole vengono pronunciate all’indirizzo del genitore di un giovane che vive all’interno dell’abitazione, ignaro di tutto. Quel mattino, dall’inizio banale diventa così improvvisamente cupo con un cielo bianco e senza pietà. Il giorno dopo, Tahar, il destinatario del biglietto e il fratello maggiore che lo accompagna, sono sul treno che avanza alla velocità di una lumaca, seduti su sedili di legno. Salgono persone cariche di ceste, di borse, alcuni viaggiatori portano con sé galline ancora vive. Fumano cattivo tabacco. Tahar pensa alle riunioni che negli ultimi mesi ha indetto con i compagni di università e pensa che sia normale voler cambiare le cose, voler lottare contro le ingiustizie. Il treno entra nella stazione di Meknès verso le diciannove, fa caldo torrido e i due dormono in un piccolo hotel a poco prezzo…

A distanza di circa cinquanta anni da quella mattina di luglio proprio quel Tahar destinatario del biglietto di sola andata verso un carcere militare, divenuto poi un famoso scrittore, decide di narrare un evento fondamentale della propria esistenza, un evento che l’ha segnato così profondamente al punto da impedirgli di farne memoria prima. Trova così scaturigine il lungo memoriale che Tahar Ben Jelloun fa di una prigionia ingiusta e del tutto inutile inflitta, per punizione, dal re del Marocco Hassan I ad un gruppo di novantaquattro studenti colpevoli solo di aver partecipato, il 23 marzo 1965, ad una manifestazione studentesca di protesta contro il regime. Ovviamente il racconto, oltre a narrare le inutili angherie alle quali vennero sottoposti i giovani, reclusi all’interno di un temutissimo carcere militare marocchino, evidenzia la perdita di credibilità del governo dell’epoca che si servì dei militari per ristabilire l’ordine sociale e dunque si scaglia contro le dittature militari ed i poteri assoluti di tutti i tempi. Il libro pertanto costituisce una preziosa testimonianza riguardo al valore della libertà di espressione e all’importanza di comprendere, in ogni tempo e indipendentemente dai luoghi ove il potere si esercita, che la repressione violenta contro le idee è nemica della democrazia. Proprio l’aspirazione alla libertà, condusse poi quel giovane, oltraggiato nel corpo e nello spirito dalla prigionia, a raggiungere l’Europa e ad affermarsi in una società pluralista e egalitaria. Una giusta conclusione riguardo un progetto di vita individuale che manifesta anche il ruolo che rispetto ai regimi autoritari del Nordafrica rivestirono e rivestono a tutt’oggi le democrazie occidentali, viste come luoghi di libertà e di crescita indipendente dei singoli rispetto all’esercizio egemonico del potere pubblico.



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