La questione di Jekyll e Hyde

La questione di Jekyll e Hyde
Nell’intento di aiutare il cugino Francesco a sgombrare la mansarda appartenuta ai nonni, Marco rinviene nella fornitissima libreria una copia consunta del celebre libro di Robert Louis Stevenson “Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde”. La sua attenzione viene catturata da un foglio a quadretti, piegato e ingiallito, che sporge dalla rilegatura del testo. Pur contaminato dalla scoloritura dell’inchiostro, trapela una sorta di testamento sentimentale vergato, con una calligrafia piccola ma precisa, da una donna che si firma in calce con il nome di Sara. Nella mente di Marco prende corpo l’ipotesi che questa figura sconosciuta sia in qualche modo riconducibile ai trascorsi passati del padre, un artista ormai cinquantenne che vive da molti anni in solitudine, dopo aver divorziato dalla moglie. Obbedendo al proprio istinto di scrittore di successo, oltre che all’insopprimibile volontà di conoscere gli oscuri lati della figura paterna, si impegna ad estrarre l’identità di Sara dalle memorie familiari. Dopo essersi rivolto alla nonna ed aver ricevuto una prima serie di informazioni utili, successivamente raccoglie una spontanea confidenza dalla stessa madre, che gli rivela di essere sempre stata al corrente della storia clandestina del marito con questa donna. Entrambe le confidenze lo metteranno sulle tracce di Rita Pozzi, figlia di Sara, nel frattempo deceduta, da cui apprenderà tutta una serie sconcertante di particolari inimmaginabili della vita del padre, finendo con il penetrare nell’intimità di una storia dai risvolti profondamente drammatici…
Barbara Gozzi ha concepito un breve romanzo che si mischia alla vita senza perdere di vista la propria irriducibile specificità di forma artististica. Perché la sua scrittura appare dotata di una grazia molto speciale, fatta di elementi che sembrano trovare il segreto del reciproco equilibrio: la bruciante capacità di portarci incontro alla verità con crudo realismo, il profondo rispetto per le vite che si muovono sotto la superficie dell’apparenza ed un’attenta forma di discernimento per la varietà di tipi umani che si agitano all’interno di ognuno di noi. In questo intenso racconto ella dimostra di possedere il carisma di una scrittrice che mantiene un legame indissolubile con l’umanità a cui noi tutti tendiamo e di cui siamo intimi debitori. La sua è una narrativa che tocca qualcosa di vivo, che non ha il tradimento coniugale o familiare come nemico, ma l’ipocrisia del giudizio morale. Che non viene mai meno all’immediata corrispondenza con la nostra apparente banalità e la sua miracolosa sottostante complessità. E’ questo un libro a molti strati, perché in esso si intrecciano un giallo familiare ed un romanzo sentimentale, un apparente confessione autobiografica, le inquietudini di un intellettuale imbevuto di alcol e di inquietudini e la vicenda dai contorni strazianti di Sara. Ma anche la figura materna, immagine di silenziosa epifania domestica, che asseconda gli umori artistici di un marito a cui tuttavia è incapace di essere solidale nell’accidentato percorso della vita. E soprattutto l’imperizia di Marco nel non saper leggere tra le pieghe scandalose della vita di un padre, malinconico accusatore delle proprie debolezze, quel legame di continuità affettiva che pure non si era mai spezzato. Ecco. Quel che accende La questione di Jekyll e Hyde, e che prende anche il lettore che se ne lascia lambire, è la passione dell’intelligenza e dell’amore, la malinconia di un’inevitabile incomprensione e dell’ineluttabilità della solitudine.

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