La questione morale

La questione morale
1981. “I partiti non fanno più politica”, afferma il leader dell'opposizione di sinistra con “una piega amara sulla bocca e , nella voce, come un velo di rimpianto”. Eppure la politica sembra essere dappertutto, permeare ogni ambito della società. Eppure i due decenni precedenti hanno visto cambiamenti epocali, la passione politica portare masse enormi in piazza, persino la nascita di decine di formazioni terroristiche decise a tutto per affermare la propria linea politica, appunto. “No, no, non è così”, scuote la testa il leader dell'opposizione di sinistra. “Politica si faceva nel '45, nel '48 e ancora negli anni '50 e sin verso la fine degli anni '60. (…) Che passione c'era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante!”. E ora? Ora, secondo il leader dell'opposizione di sinistra, i partiti – tranne il suo – sono diventati “macchine di potere e di clientela”. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. Sono “federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto boss”...
Con ammirevole ma malinconico tempismo Aliberti riporta alla ribalta un documento che ha fatto la storia della politica italiana del dopoguerra, inaugurando la stagione tutt'ora in corso della cosiddetta “questione morale”. Nel volume troviamo nell'ordine: un articolo a firma Luca Telese uscito su “Il Fatto Quotidiano” del 7 luglio 2011 che partendo dalla ricorrenza del trentennale della pubblicazione della celebre intervista a Enrico Berlinguer illustra brevemente le reazioni che suscitò nel mondo politico italiano del 1981; ovviamente l'intervista integrale al segretario del PCI de “La Repubblica” a firma di Eugenio Scalfari; uno stralcio del discorso di inaugurazione del XVI Congresso del PCI pronunciato dal leader comunista il 2 marzo 1983; la parte finale del comizio di Padova del 7 giugno 1984 durante la quale Berlinguer fu colpito dall'ictus che lo uccise e infine l'orazione funebre pronunciata da Giancarlo Pajetta il giorno dei funerali del segretario del PCI, il 13 giugno 1984. Materiale solo apparentemente eterogeneo, che però riesce a fornire un quadro d'insieme della scossa che l'intervento a gamba tesa di Berlinguer diede al quadro politico di allora e permette così al lettore - soprattutto se all'inizio degli anni '80 era troppo giovane per avere una coscienza politica o addirittura non era nato - di farsi un'idea precisa. Le dichiarazioni dell'allora segretario dell'allora Partito Comunista Italiano sono passate alla storia come una visione profetica del degrado ormai inarrestabile del sistema dei partiti, come un grido d'allarme inascoltato o peggio messo a tacere da una classe politica destinata solo un decennio più tardi ad essere spazzata via dalla magistratura durante la pagina (non del tutto limpida) dell'inchiesta “Mani Pulite”. E certo nelle parole raccolte da Eugenio Scalfari (“Parlammo ore. […] Di quell'intervista toccammo poco o nulla. E mi accorsi subito che la sua portata avrebbe trasceso quella della cronaca politica”) la vibrante energia della denuncia, il fuoco dello sdegno non mancano. Però Berlinguer pare anche molto ansioso di marcare una differenza quasi antropologica e culturale più che politica tra il partito da lui guidato e gli altri (“Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri?”). Il PCI secondo Berlinguer si rifiuta di occupare poltrone in enti e banche nonostante gli venga ripetutamente chiesto da decenni, è del tutto estraneo all'occupazione quasi militare di tutti i gangli del Paese operata dalle altre forze politiche. Può darsi fosse così - permettetemi, da comunista, di dubitarne - ma di certo di lì a pochi anni il PCI avrebbe partecipato con zelo e golosità alla lottizzazione (il controllo di Rai3 conquistato nel 1987 dura ancora oggi) e, dopo precipitose e ripetute svolte a destra, si sarebbe trasformato in una forza socialdemocratica che se da una parte - in nome della sua conquistata “normalità” - non subisce più alcuna pregiudiziale per il governo del Paese, dall'altra non è più percepito come “speciale” e “diverso” nell'immaginario collettivo. L'ex PCI, ex PDS, ex DS ora PD ha venduto l'anima al diavolo credendo di averne un'altra nuova di zecca, ma si è semplicemente ritrovato senza più un'anima. Questo la buonanima di Berlinguer non poteva certo immaginarlo. E ci piace pensare che sia stato meglio che non l'abbia visto accadere.

 

 

 

 
 
 
 
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