La quinta stagione

La quinta stagione

Da tre giorni Essun osserva il piccolo corpo di suo figlio Uche. L’ha trovato sul pavimento del soggiorno, picchiato a morte dal padre che poi è fuggito portando con sé Nessun, la figlia maggiore. Essun sa che il motivo per cui tutto questo è accaduto può essere uno solo: l’uomo ha scoperto il segreto che scorre in lei e che lei ha trasmesso ai due bambini. L’orogenia è una maledizione, o un dono, a seconda dell’utilizzo che se ne fa, a seconda del punto di vista da cui la si guarda. L’orogenia è la capacità di sentire la terra, di percepirne gli scricchiolii, le scosse, le frazioni, e soprattutto di controllarle. Sull’Immoto, gli orogeni sono una minoranza temuta e per questo sottomessa, sfruttata e odiata. Perché gli orogeni possono permettere all’umanità di sopravvivere in un mondo che sembra volerla cancellare ma, all’occorrenza, anche accelerare il processo. Basta che si concentrino, che si arrabbino, o anche solo che si ubriachino. E Essun ora è arrabbiata. Così, nonostante da qualche parte del continente, non troppo lontano, un terremoto terribile abbia spaccato la terra dando inizio a una Stagione, decide di partire alla ricerca della figlia, per vendicarsi. Essun inizia il suo viaggio alla fine del mondo ma, da qualche altra parte, nello spazio, forse anche nel tempo, altri mondi stanno finendo: quello della piccola Damaya, che viene portata al Fulcro per essere addestrata, e della giovane Syenite, che sta per scoprire la portata e le implicazioni del proprio potere…

Capitolo introduttivo della Trilogia della terra spaccata, vincitrice del premio Hugo, La quinta stagione si presenta come una lunga introduzione del mondo creato dall’autrice. Forse è proprio a causa di questa sua natura di «incipit», di opera non finita che punta a qualcos’altro, che La quinta stagione risulta privo di molte cose: di meraviglia, di senso dell’avventura, di giochi di potere, di tensione, di personaggi per cui sia possibile provare qualcosa di più di una blanda antipatia. L’Immoto, il continente scosso da continui cataclismi su cui si muovono i protagonisti, è un luogo spaventoso e mortale, dove la natura non è madre, accogliente e generosa, ma padre, autoritaria, rabbiosa e vendicativa e, come Crono, vuole annientare i propri figli. Un mondo sconvolto, dunque, la cui condizione strizza l’occhio al problema del cambiamento climatico (la terra, si dice, ha inghiottito civiltà su civiltà perché quelle non avevano saputo rispettarla) così come la vicenda degli orogeni rimanda a tutti i maggiori temi di discussione sociale del momento. «È un dono se ci fa stare meglio. È una maledizione se permettiamo che ci distrugga. Sei tu a deciderlo: non gli istruttori né i Custodi né nessun altro» dice Alabaster a Syenite, parlando della loro capacità straordinaria. Il fatto di essere diverso è il tuo punto di forza. Sta a te decidere di non farti schiacciare, di ribellarti, di non credere alla narrativa comune. Un messaggio forte che però si perde in una costruzione lenta e faticosa, adombrato dalle catastrofi naturali e da quelle personali dei protagonisti. Ma se il punto di forza del romanzo è la costruzione di un mondo affascinante per la sua potenza sublime, la debolezza più evidente è la scrittura piatta e impersonale dell’autrice, che non è in grado di sostenere la potenza e la brutalità dell’immagine che vorrebbe evocare. Forse non aiutato dalla traduzione (un’impresa certamente non semplice, se si considera la quantità di lessico specifico che infesta le pagine del romanzo) lo stile di Jemisin non riesce a rendere giustizia neppure ai suoi personaggi le cui voci, nonostante l’eterogeneità in termini di specie, ceto sociale, etnia e genere dei loro proprietari, risultano indistinguibili le une dalle altre. La quinta stagione si rivela, in conclusione, una storia dalle premesse intriganti e certamente originali rispetto al panorama di genere, ma che come molte altre soccombe di fronte alle sue stesse aspettative.



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