La rabbia che rimane

La rabbia che rimane

Nel 1958, Giorgia ha soltanto diciassette anni. La cosiddetta età della spensieratezza per molte persone, della brutalità più lacerante per lei. La sua femminilità viene profanata quell’anno e la violenza subita le lascia una gravidanza inaspettata. Suo padre e la sua nuova compagna, arroccati nel loro perbenismo, non riescono ad accettare di averla nella propria casa con un figlio di non si sa bene chi. Per fortuna, a Giorgia viene in soccorso nonna Agnese che la accoglie e la aiuta a comprendere meglio quel bambino delicato e le sue esigenze di figlio. Soprattutto, le rimane accanto quando decide di riiniziare da capo la sua pur giovane esistenza. Decide di iscriversi all’università, Giurisprudenza, per difendere quel mondo di diseredati di cui, suo malgrado, fa parte, trova un lavoro come commessa, una famiglia a cui lasciare il piccolo Andrea, un salario minimo che le permette di vivere decentemente. Ma le attenzioni di un altro uomo, dell’ennesimo rappresentante di quella “brutta razza”, la costringono a cambiare di nuovo tutto, casa, lavoro, colleghi e padroni. La vita in fabbrica non è facile: i ritmi sono a volte disumani, persino andare al bagno può essere una conquista da ottenere tramite il sindacato. Le donne intorno a lei vengono licenziate se scoperte incinta, Giorgia riceve un richiamo solo ad aiutarlo. Mette da parte i suoi libri di diritto internazionale per iniziare a lottare dal basso, lei che nella vita ha imparato a farlo da quando era molto giovane…

Il quinto romanzo di Paolo Di Reda si sviluppa su due livelli ben definiti: la vicenda umana di Giorgia e la storia italiana dagli anni ’50 agli anni ’90. Le descrizioni di tutti i personaggi si intrecciano, quindi, con una fetta importante dell’Italia che passa dal boom economico successivo alla guerra alla più violenta lotta armata (ad esempio, la strage di Piazza Fontana del 1969). La protagonista si trova ad affrontare un Paese che cambia con la stessa velocità rilevante con cui la sua esistenza la rende, suo malgrado, donna e madre. Le voci, anche quelle secondarie, che attraversano queste pagine sembrano essere quelle delle persone che ognuno di noi può avere incontrato in quegli anni o visto in TV o sulle prime pagine di un giornale. Soprattutto quella “meglio gioventù” che può essersi smarrita e mai ritrovata nel cammino verso un cambiamento definitivo del mondo che la circondava. Un mondo in cui la fa da padrone un sentimento unico, una rabbia diversa, la “rabbia che rimane”, appunto, come dice il titolo del romanzo, quella cioè che ha un’eco lunghissima nella mente di chi la vive, a maggior ragione, per chi non è riuscito, in un periodo di grandi contestazioni e proteste, a far valere le proprie idee. Paolo Di Reda riesce, con un linguaggio diretto e mai astratto o eccessivamente erudito, a raccontare questo duro confronto interiore e la frustrazione che esso comporta, tenendo un certo distacco che però non permette al lettore di istaurare la giusta empatia.



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