La ragazza addormentata e altri racconti inediti

La ragazza addormentata e altri racconti inediti

L’ardore del sole s’è bevuto fino all’ultima goccia di rugiada: la bella Adrienne, una domestica del villaggio, riposa tranquilla sulla riva erbosa e scoscesa di uno stagno. Persino una libellula fa danzare le sue ali invisibili secondo il ritmo dell’alito di lei, dell’ondeggiare del suo seno; persino il gracchiare delle rane le si accorda. Tutto è armonia. Intoccabile. Così, un uomo, al cospetto della Bellezza, non può ridestarla né sfiorarla – se non col pensiero –: gli è solo consentito d’ammirarla, con occhi devoti e un passo tacito e distante... Uno spettacolo circense incanta le gradinate affollate: il dentro è cadenzato dalla fragile ma possente armonia dell’arte. La bufera, il buio del fuori, dentro non esiste, nemmeno si sente. Nell’Arte ogni cosa è un sensuale incanto – come una chioma sciolta da cui non si riesce a distogliere lo sguardo – che cancella il disamore, la disarmonia. Anche quando la tempesta irrompe, il tendone vola via e la pioggia batte “venuta dall’alto come lance”, l’Arte può essere l’unica via di scampo, la sola Salvezza possibile e “operatrice del miracolo”... il costume di Follia, per uno scherzo crudele, trova la sua felice indossatrice: una giovane che, impazzita per amore, trascorre i giorni ad attendere il ritorno del suo fidanzato... Un forestiero siede a una mensa contadina: arriva anche un’altra estranea, pacifica e luminosa, nel sole della terra che muore e che, insieme alla sua luce, cancella anche le ombre, mentre “il cielo era stato bucato dalle stelle come una foglia dai bruchi”...

Charles-Ferdinand Ramuz, grande poeta e prosatore svizzero vissuto tra la fine del 1800 e la prima metà del 1900, amava in particolar modo le forme brevi del narrare e una lingua “popolare” che, proprio in quanto tale, fosse pienamente e fedelmente espressione della verità. Nei quattro racconti di questo libricino, in particolare, pur (o proprio) nella sua semplicità, il linguaggio veste perfettamente la vita, i personaggi e i loro sentimenti. Ramuz ce li rende visibili e tangibili mediante metafore che ci suonano, in una prosa tanto rapida quanto indugiante e armonica, come carezze delicate – bambine – e insieme sensuali: come quelle d’una ragazzina colta nell’attimo – fugace ed eterno – in cui scioglie le sue trecce per diventare donna. Il gioco dei tempi, in una prosa simile, è senza tempo: tutto scorre, fluisce eppure resta fermo, etereo. Tutto torna e niente resta. Tutto stride, ma niente stona: come in un canto, un inno perfetto nelle sue potenti e possenti disarmonie. L’atto stesso dello scrivere è un folle gioco senza durata che, come un elastico, può allungare infinitamente le brevi misure del tempo, fino a renderlo eternamente breve o brevemente eterno. La durata è interrotta dalla fugacità dell’imprevisto che la spezza e, insieme, la rende eterna e perfetta: la accorda alla vita, quale suo più prezioso strumento. L’uomo e la sua scrittura – l’arte in genere, così magistralmente rappresentata in Bufera – si vestono di musica e di atemporalità, laddove: “il suo respiro [dell’arte] è come il pendolo del mondo, batte il tempo a tutto ciò che è vivo”.



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