La ragazza che doveva morire

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Di fianco alla statua di Thor, nel quartiere di Mariatorget a Stoccolma, compare un nuovo mendicante. Basso, un po’ strano, saltuariamente blocca i passanti e parla una strana lingua: il suo portamento è però fiero e incute rispetto, tanto che per questa sua caratteristica riesce a racimolare monetine e banconote dagli abitanti del quartiere che in qualche modo lo rispettano. Il 15 agosto, il mendicante viene trovato morto da una passante. Sembra il solito caso già chiuso, il classico sbandato morto per un cocktail di alcool e per la troppa incuria di sé, ma quando vengono effettuati i controlli sulle impronte digitali del pover’uomo, la polizia si accorge che i suoi dati anagrafici non compaiono in nessun database. È come se non esistesse. Unico indizio per scoprire la sua identità sta in un numero telefonico appuntato su di un foglietto: è quello di Mikael Blomkvist, giornalista della rivista “Millennium”, noto per aver scoperto le connessioni illegali di magnati svedesi insieme alla hacker e investigatrice privata Lisbeth Salander. La ragazza è scomparsa in giro per l’Europa dopo il funerale del tutore Holger Palmgren, e quando il giornalista viene contattato da un numero sconosciuto (che avrebbe voluto interrogarlo sulla morte dell’uomo senza fissa dimora) non ha voglia di parlare con nessuno. Anzi, ha proprio nostalgia di Lisbeth, così in un momento di sconforto, prova ad andare a trovarla a Fiskargatan. Stranamente la porta dell’appartamento è aperta e due operai stanno portando dei nuovi mobili. La casa è stata venduta…

Sesto e ultimo libro - almeno così sembra nelle intenzioni dell’autore - che conclude la saga Millennium, nota per l’esuberante inizio del 2005 con Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson, tradotta anche in serie televisive e film. In breve è un ping pong infarcito di colpi di scena, inseguimenti e tòpoi thriller che risolvono le questioni lasciate in sospeso fra la hacker più arrabbiata di Svezia e il giornalista maturo ma con l’anima sognatrice, in ansia per un atteso lieto fine. Nell’opera si tenta di recuperare il ritmo di Larsson, costituito dalla sapiente arte del montaggio mescolata a una forte componente di critica sociale, ma il risultato purtroppo punta solo alla trama, aggiungendo personaggi alle volte poco credibili, che mancano di spessore. La componente di inventiva e di colpi di scena è comunque presente, ma il confine con l’americanata costruita per “stupire con effetti speciali” risulta essere superato con una frequenza troppo elevata (un esempio sta proprio nel finale, pieno di situazioni ai confini con il fumettistico o film d’azione di serie B). I fan della serie arriveranno comunque alla fine, incuriositi dal destino dei personaggi principali. La chiusura della saga riesce quindi a soddisfare solo a metà, mettendo fine in modo abbastanza banale a una delle storie più amate (almeno fin qui) del giallo svedese. Un vero peccato.

 


 

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