La ragazza che non era lei

La ragazza che non era lei

Al risveglio da un sonno inquieto in una stanza d’albergo, Laika Orbit si domanda se l’uomo che dorme accanto a lei non si sia nel frattempo trasformato in un alieno. Fissa uno strano segno sul soffitto, le era balzato agli occhi la sera prima. Cos’è? Una normalissima crepa, un filamento di ragnatela, una traccia di sporco, un segno del destino. Lo fissa e basta, senza aspirare a sapere di cosa si tratti. Fuori è una giornata polverosa come tante, e Laika decide di andare al Loop Restaurant. È un locale vecchio stile, di quelli che ormai si sono fatti sempre più rari. Da dove viene quella polvere? I complottisti sostengono che ogni granello sia in realtà una spia del governo, ma Laika non ci crede. Dubita pure che la polvere sia allucinogena come dicono alcuni, o che consenta di vedere ogni cosa. Mentre la ragazza ‒ ventiquattro anni, tanta grazia, una valanga di domande su sé stessa (ha mai spezzato il cuore a qualcuno? detesta che le tocchino le ascelle? tiene un diario? le piace fare strani giochetti o è una romantica? è una sognatrice?) ‒ se ne sta seduta al suo tavolo a cianciare una cannuccia di plastica immersa nelle bollicine, le si avvicina uno sconosciuto, un ispanico…

Al secolo Marco Colapietro, Tommaso Pincio ha scelto questo pseudonimo come omaggio al maestro americano del postmodernismo Thomas Pynchon, senza pretendere di accostarvisi e anzi con un chiaro intento dissacrante e provocatorio. C’è una frase che a un occhio attento non passa inosservata in questo suo libro: “Il problema delle storie che si leggono nei romanzi e che un tempo si vedevano anche sul grande schermo è che sono merda”. Ecco, è evidente che in un’affermazione del genere ci sia una dote massiccia di ironia, ma ci teniamo a precisare una cosa: la storia che qui viene narrata non è affatto male e quindi sfugge alla visione apocalittica di cui sopra, come d’altronde è innegabile l’abilità tecnica dell’autore, che però forse viene forse indirizzata verso sbocchi poco interessanti e stimolanti e patisce un costante calo del ritmo. Più apprezzabile è invece che nella seconda parte del romanzo i risvolti narrativi trasformino il romanzo in una sorta di epopea nostalgica e allucinata sul mondo hippy. Ne La ragazza che non era lei (2005) ci appaiono evidenti degli aspetti indubitabilmente pinciani, soprattutto c’è già una certa vena distopica e immaginifica che ritornerà in altri suoi lavori successivi come Cinacittà (2008) e il più recente Panorama (2015). Provando a riconnetterci anche con la produzione precedente di Pincio, possiamo tentare di vedere un parallelo con Lo spazio sfinito (minimum fax, 2000), romanzo fantastico ispirato alla vita di Jack Kerouac nel quale l’autore, come in questo libro, aveva optato per una riscrittura romanzata della realtà. Possiamo concludere che c’è indubbiamente dell’erudizione qui, un ulteriore omaggio alla Beat Generation e a Burroughs, ma più in generale alla cultura e alla letteratura americana della quale Pincio non nasconde affatto di essersi nutrito e di nutrirsi, ma La ragazza è anche e soprattutto un romanzo sulla realtà, quella che “non è di questo mondo”, quella liquida e mutevole della letteratura.



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