La ragazza che non sapeva

La ragazza che non sapeva

Ray è ammanettato. Seduto nel furgone si concentra per non perdere l’equilibrio precario, pensa che non c’è molta differenza tra il trasporto di un prigioniero e quello di un carico di maiali: ciò che importa è che arrivino a destinazione interi, il come è un fattore secondario. Dopo otto anni passati al chiuso Ray, emozionato, guarda il mondo esterno attraverso il filtro grigio dei vetri oscurati. Osserva di nuovo le banali scene di vita quotidiana, quelle di lui ha sentito più nostalgia e non vengono trasmesse in televisione. Dalla prigione di Amersfoort lo trasferiscono all’Hopper Institute di Haarlem, l’unità psichiatrica forense. Non riesce a capire se esserne contento o furioso. Lui vorrebbe solo tornare a casa, dai suoi pesci; è preoccupato per loro, se li sogna la notte, spesso nel sonno si mette a urlare al pensiero che possano morire e se non smette i secondini gli fanno ingoiare un calmante. Gli altri carcerati lo minacciano, lo prendono in giro, lo chiamano “lo svitato”, ma perlopiù lo ignorano, possono passare mesi senza che nessuno si sieda accanto a lui ai pasti. Non importa, Ray vuole solo essere lasciato in pace. Le guardie sul furgone si mettono a parlare di lui, anche se nel regolamento ‒ che Ray ha letto molto bene nei lunghi mesi di reclusione ‒ è scritto che non è permesso farlo in presenza del detenuto. L’autista sa chi è Ray il motivo per cui è dentro è stato stampato a chiare lettere su tutti i giornali…

La ragazza che non sapeva è il titolo italiano dell’originale e intrigante Daylight (2008), con cui nel 2009 Marion Pauw si è aggiudicata il Gouden Strop, premio olandese per il miglior romanzo dell’anno. Da questo thriller, nel 2013, la Eyeworks/Warner Bros ha tratto un film per la regia di Diederik Van Rooijen, con la sceneggiatura scritta dalla stessa Pauw e la conturbante Angela Schijf come protagonista. Una storia avvincente che cattura dalla prima all’ultima riga, in cui niente e nessuno è come appare in prima battuta, pieno di colpi di scena mai scontati, che lasciano nell’incertezza fino alla fine anche il lettore più scaltro. Un equilibrio ben congegnato tra avvenimenti, segreti familiari, episodi agghiaccianti, crudeli manipolazioni psicologiche che scivolano fuori da una scrittura misurata e efficace, si sviluppano in maniera naturale in ambientazioni delineate in modo accurato, posti in essere da personaggi talmente credibili da far dubitare che siano frutto di fantasia. La trama è articolata e sebbene priva di toni tragici, è sorprendente, molte delle rivelazioni scioccanti arrivano senza preavviso nella narrazione di avvenimenti quotidiani naturalmente plausibili e proprio per questo da brivido. Il ritmo è incalzante, la cronaca della storia è lasciata ai due protagonisti che parlano in prima persona e si alternano nel racconto con personalità ben definite grazie alle scelta vincente dell’autrice di utilizzare un diverso stile narrativo per ciascuna voce: pochi fatti e logica stringente senza coinvolgimento emotivo per Ray, il condannato; ricca di particolari, caotica, emotivamente inadeguata e sconnessa per Iris, l’avvocato senza alcuna velleità investigativa, giovane mamma single che si barcamena tra lavoro e figlio di difficile gestione. Un romanzo piacevolmente insolito per un’ottima lettura.



 

 

 
 
 
 

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