La ragazza con la bicicletta rossa

La ragazza con la bicicletta rossa
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Amsterdam 1943, da due anni la città subisce l’occupazione nazista, il cibo scarseggia e le deportazioni ebree sono all’ordine del giorno. Hitler aveva promesso di non toccare i Paesi Bassi, ma una mattina i paracadute tedeschi hanno invaso i cieli e la tranquillità è cessata. Hanneke Bakker tutto sommato se la cava, è olandese cattolica, è bionda, ha gli occhi verdi, diciotto anni, è bella e ha la freddezza di chi sa gestire le situazioni critiche e improvvisare quando occorre. Si occupa di mercato nero, è bravissima a trovare le merci più rare ed effettua consegne per clienti ricchi e fidati, capaci di sborsare tanti soldi per del vero caffè o del prosciutto, soldi che lei utilizza per sfamare il padre invalido e la madre. Hanneke segue poche regole per portare avanti il suo compito: non accetta di dare del tu ai clienti - non sono amici! - e trova le cose solo in cambio di denaro, gentilezze e sorrisi non portano la cena in tavola. “Prima di tutto sopravvivere” e se gli ebrei vengono condotti nei “campi di lavoro” che può farci? Bas, il ragazzo che amava, è morto in guerra combattendo gli invasori, la sua migliore amica va a letto con un giovane nazista e vive protetta, mentre lei che cos’ha se non la bellezza e l’ingegno per tenere al sicuro la sua famiglia? Il cuore di Hanneke è vuoto, il sorriso è morto, pedala attraverso la città sulla bicicletta rossa con sguardo vigile. Ma un giorno una cliente le chiede di trovare qualcosa di impensabile, merce pericolosa, letale: una ragazzina di quindici anni sfuggita alla sua tutela, una ragazzina ebrea di nome Mirjam…

L’idea per questo romanzo Monica Hesse l’ha avuta in seguito a un viaggio ad Amsterdam, nella postfazione dichiara di essersi documentata a lungo e di essersi confrontata con diverse fonti per ricostruire abitudini, situazioni ed eventi storici, anche se i personaggi citati non sono esistiti. Fotogrammi di una città raggelata dal nazismo, il teatro Hollandsche Schowburg trasformato in un centro detenzione per ebrei, senza cibo e servizi igienici: “Sapevo che stavo entrando in un centro di deportazione, ma erano parole astratte finché non ho visto con i miei occhi cosa significavano.” Neonati ebrei ceduti dai genitori a famiglie olandesi per evitare loro la morte nei lager, il divieto da parte nazista di scattare fotografie affinché non ci fosse documentazione visiva di ciò che accadeva durante l’occupazione e la morte per fucilazione di chi veniva trovato in possesso di materiale fotografico. La paura costante di attirare uno sguardo di troppo, di non tornare a casa in tempo per il coprifuoco, di vedere un amico o un vicino di casa trascinato via dai soldati. Per Hanneke la ricerca di Mirjam diventa una sorta di riscatto, un tentativo di restare umana, salvare una sola vita quando non si possono salvare tutte le altre. Articolista per il “Washington Post”, esperta di politica, costume e società, finalista al premio giornalistico Livingston, la Hesse ha mostrato versatilità narrativa con questo romanzo a tema storico dopo i racconti fantascientifici Stray e Burn.



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