La ragazza del convenience store

La ragazza del convenience store
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Da quando è piccola Keiko non ha mai trovato un posto in questo mondo: a scuola o in famiglia tutto quello che faceva o diceva era etichettato come “strano”. Una bambina normale piange di fronte ad un uccellino morto, non pensa di portarlo a casa per cena per soddisfare l’amore per i volatili cotti dei familiari. Una bambina normale non mette fine alle scaramucce con gli altri bambini a suon di palate in faccia. Crescendo le cose non sono andate meglio e nemmeno la laurea sembra essere fonte di soddisfazione personale. Vivendo sola e dovendo guadagnare qualcosa, Keiko inizia a lavorare presso un konbini, quei negozi giapponesi in cui si può comprare di tutto: dal pasticcio caldo di carne alle pile, dagli assorbenti alle bevande fresche. Tutti in Giappone una volta al giorno si recano al convenience store per la pausa pranzo, se hanno la fortuna di averne uno accanto al loro ufficio, per prendere un caffè prima di tornare a casa o per sgranocchiare qualcosa dopo una bevuta con gli amici. Il konbini è aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7. È il regno dell’organizzazione, della cortesia, dei sorrisi ad ogni nuovo cliente. Al suono di “Irasshaimase!” si viene accolti nel calore di un luogo che tutti amano o di cui hanno bisogno. Proprio tra quegli scaffali meticolosamente concepiti e quelle porte di vetro scorrevoli, Keiko trova la sua dimensione e ci rimarrà per molto tempo. Lei è una commessa del konbini e non vuole essere altro, perché soltanto lì finalmente sente di poter aspirare ad essere come tutti gli altri: normale…

Un bellissimo romanzo sul concetto di normalità. Attenersi alle regole prestabilite da una società apparentemente moderna aiuta a sentirsi adeguato, accettato, in linea? Sayaka Murata lancia un atto di accusa fortissimo verso il suo Paese, fondato su regole ben precise in cui una donna, soprattutto, viene facilmente tacciata di anormalità semplicemente perché non ha un uomo a fianco a sé o dei figli. Keiko ha trentasei anni quando iniziamo a conoscerla e il suo ritratto di “fallita” (secondo gli standard giapponesi) è completo: single, senza prole, commessa part-time in un konbini. Per sentirsi meglio, inizia a creare un castello di motivazioni credibili, suggerite dalla sorella – che rappresenta la sua antitesi: madre, casalinga, con figlio – da sciorinare a chi le domanda il perché e percome di tale situazione. Gli incontri con le amiche pettegole sono davvero divertenti ma gettano ancora di più la povera protagonista nello sconforto: per lei basterebbe continuare a vivere esattamente come fa per essere felice, non ha bisogno di altro. L’uomo che incontrerà, o meglio contro cui si schianterà, anche lui reietto e fuori dal coro, continua a ripeterle che il Giappone è ancora retto da regole sociali di epoca medioevale. E forse non ha tutti i torti. Il romanzo si fonda su un linguaggio diretto, quello della protagonista, che si scontra continuamente con quello impostato e affettato di chi la circonda. Gli anni di lavoro in un konbini hanno aiutato l’autrice – pluripremiata nel suo Paese e per la prima volta tradotta in Italia ‒ a descrivere meglio cosa c’è dietro quegli inchini e quella cortesia di circostanza che illuminano la vita della semplice Keiko.



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