La ragazza del triangolo bianco

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1975. Dave Wilson è un giovane giornalista inglese del “Daily News” ed ha chiesto ed ottenuto di essere inviato a Stoccarda per un’intervista che desiderava a tutti i costi: quella a Stefan Hoffmann, un ex ufficiale delle “SS” che nel ’44 era vicecomandante di un Campo di transito nell’Italia settentrionale occupata dai tedeschi. È attraverso l’intervista che questi rivela la sua storia: conoscendo l’italiano imparato dalla nonna toscana presso la quale passava le estati di infanzia e adolescenza, Hoffmann viene comandato ad un Campo di confine dove dopo alcuni giorni incontra Lorenzo, suo amico di quelle estati in Italia. Lorenzo è contrassegnato da un triangolo rosso, lo stigma riservato ai prigionieri politici. Quest’ultimo riferisce a Stefan la presenza nel Campo di sua sorella Sara della quale l’ufficiale è da sempre innamorato. Sara, a sua volta internata come ostaggio e mai rilasciata nonostante la consegna spontanea di Lorenzo, è contrassegnata dal triangolo bianco riservato alla merce umana di scambio. In Stefan, già insofferente ai metodi del Terzo Reich, si compie definitivamente la svolta morale che lo porterà al rischio di compromettere la sua posizione e la sua stessa vita per privilegiare i sentimenti di amore ed amicizia aiutando e proteggendo quei numeri e quei contrassegni che ora hanno un volto, un nome ed un vissuto…Ma che spazio possono trovare i sentimenti in mezzo alla malvagità? E come controllare l’azione laddove tutto sembra in preda a forze oscure che travalicano l’umano?

Scritto con un linguaggio abbastanza banale che immagino abbia l’intento di essere di larga fruizione e con dialoghi adagiati su frequenze melodrammatiche, il romanzo ha il pregio di invogliare a proseguire la lettura grazie a capitoli ben dosati sui ritmi di una serie a puntate. Purtroppo i pochi dettagli con appiglio documentale restano marginali (“Misha l’ucraino”, “La iena”, l’americano in cui indoviniamo Mike Bongiorno realmente internato nel Campo di transito di Bolzano e di cui viene riportato un episodio da lui stesso raccontato) e cedono quando la realtà storica viene piegata al romanzesco, al sovvertimento delle dinamiche militari ed al plausibile portandoci in vicende improbabili se non impossibili: dalle sentinelle che abbandonano il posto durante un’insurrezione (quando il protocollo prevede il raddoppio della guardia), al sottufficiale che sorprende il vicecomandante a tramare con l’internata, il vicecomandante che sua volta sorprende il comandante in atteggiamenti compromettenti (come se per accedere ad un ufficiale non ci fosse bisogno di chiedere rapporto, come se non ci fossero attendenti e piantoni ed entrando senza neanche bussare), per arrivare alle mancate conseguenze marziali al vice comandante che “esposto al fuoco delle mitragliatrici”, quindi visto, uccide un proprio sottoposto e compie un’azione di alto tradimento proprio al cancello principale che è il luogo più presidiato, viene ferito dai suoi e poi torna bellamente al proprio incarico. E se anche si volesse soprassedere sugli aspetti meramente militari, le cautele che Hoffmann non adopera per incontrare e cospirare con i suoi prediletti, la faciloneria al limite dell’infantile dei piani d’evasione, lo shock di un membro delle SS rispetto ad angherie “ordinarie” in quel tempo e luogo (alcune delle quali ordinarie anche in un carcere odierno), le domande da sprovveduto del giornalista e le sue reazioni sconvolte ad una narrazione che nel ’75 era ormai di dominio pubblico sono tali da far sembrare tutti i personaggi un’accolita di chierichetti. E poi il presupposto di partenza: lo sdegno di Hoffmann circa il trattamento degli internati arriva il primo giorno del suo arrivo al Campo e prima ancora che incontri il suo amico d’infanzia al quale dirà: “Neanch’io so come sono finito qua dentro”. Ricordiamolo bene, chi apparteneva alle SS ed alle Waffen-SS era volontario, determinato, selezionato su base ideologica e sapeva esattamente cosa sarebbe andato a fare e come, a maggior ragione se con un grado da ufficiale.



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