La ragazza della fontana

La ragazza della fontana

Entroterra campano, estate 1994, quella dei Mondiali in USA. In un paesotto di ottomila anime, abbastanza distante dal mare, il giovane M., quindicenne, trascorre le giornate giocando a pallone nel parcheggio o in pineta, coi suoi quattro amici. Le ragazze, per il momento, sono soltanto una fantasia o giù di lì, le emozioni forti vengono da una rovesciata sotto il sette o da una giornata in spiaggia, o al limite da una camminata velleitaria per l’unico centro commerciale dei paraggi, sognando una delle nuove console per i videogiochi. Il ragazzo è figlio di un onesto lavoratore, un bravo operaio, e vive in un clima famigliare tranquillo; è un marmocchio ingenuo e innocente, si sente invincibile perché è stato appena promosso a scuola e ha pure quasi finito l’album Panini. C’è un personaggio, nel paese, che proprio gli è rimasto impresso: è il matto del villaggio. Uno senza arte né parte che ha passato da poco i quaranta. Tutti lo chiamano “Capitano” perché indossa un buffo cappello da marinaio, di quelli bianchi con una visiera blu con una minuscola ancora da una parte; nessuno sa perché. È uno che prende e scende in piazza con la sua vecchissima Ritmo color antracite, arriva, sbraita e manda tutti a remengo senza motivo, altrimenti si ferma a giocare a carte, magari coi ragazzi. Ha lo sguardo triste, la barba incolta e scarpacce vecchie e scolorite; beve tanto e si dice che abbia qualcosa da nascondere. Il ragazzetto non ha proprio paura di lui, o quantomeno ne ha meno dei suoi compagni; in un certo senso, ha la sensazione di doverci entrare in contatto. Quella è un’estate speciale e maledetta: la beata adolescenza del narratore e dei suoi compagni sta per essere sconvolta dal primo incontro con la morte, con una morte violenta. Una sera, vicino a una fontana, trovano il cadavere di una coetanea, Rebecca, nuda e sporca di fango. È una morte parecchio chiacchierata: qualcuno pensa che non possa che essere stato lo scemo del villaggio, che di cose strane ne ha combinate già parecchie, ma è difficile credere che possa essersi spinto a tanto...

Esordio di Antonio Benforte, giornalista e scrittore campano nato negli anni Ottanta, già redattore della ISBN Edizioni per parecchi anni, oggi social media manager della Soprintendenza di Pompei, La ragazza della fontana è un romanzo di formazione con tinte nere che ha diversi elementi di interesse. Per esempio è una narrazione caratterizzata da una bella freschezza, da un’apprezzabile ingenuità e da una discreta adesione a un territorio poco raccontato, quello dell’entroterra collinare campano, ben distante dal mare; è una nostalgia dei primi anni Novanta, completa di divertenti richiami a icone dell’epoca (dai telefoni a disco agli zaini Invicta); è il romanzo di un’estate ragazzina, una di quelle che hanno restituito, a buon livello, negli ultimi anni, narratori come Carlo D’Amicis (La guerra dei cafoni) o Renzo Paris (I ballatroni). I momenti migliori del libro stanno proprio nella restituzione delle questioni adolescenziali: nelle descrizioni delle partite di calcio giocate coi pali fatti con gli zainetti e le traverse immaginarie, o delle giornate in spiaggia passate a cercare di avvicinare quella ragazza così carina, con quegli occhi da orientale, oppure nella rappresentazione delle distanze tra genitori e figli. Gli aspetti meno convincenti sono legati, in prima battuta, all’aspetto “noir” del romanzo: la morte della “ragazza della fontana” rimane un episodio parecchio leggerino, l’aspetto “giallo” resta a un livello di superficie o di superficie profonda, l’epilogo sembra un po’ frettoloso e in generale non è proprio convincente; in seconda battuta, è un po’ bizzarro che un romanzo ambientato nell’estate dei Mondiali del 1994 si limiti ad accennare alla sconfitta dell’Italia contro l’Eire, nella prima partita, dimenticandosi di raccontare o almeno accennare a quella clamorosa cavalcata baggesca e sacchiana terminata con una finale persa ai rigori: questo soprattutto pensando che il narratore e i suoi quattro migliori amici passano il tempo a giocare a calcio. Quell’estate non si parlava d’altro, forse perché, partita dopo partita, eravamo rimasti tutti spiazzati dalla nostra nazionale, che aveva iniziato il torneo come peggio non poteva e aveva finito per farci sognare. Il rapporto tra il narratore e il matto del villaggio, il “Capitano”, è invece ben descritto da Benforte. È l’aspetto più riuscito del romanzo di formazione, l’incontro tra un adolescente e un adulto “diverso”, dissociato e scombinato; il progressivo svelamento delle ragioni della sofferenza e dell’inquietudine del “Capitano” è romantico e tenero. Romanticismo e tenerezza sono due degli aspetti fondanti dell’esordio di Benforte: la rotta da mantenere è quella, assieme al giovanilismo e alla fedeltà al territorio campano. Rinuncerei in toto a battere il giallo e il noir, escludendoli categoricamente. Antonio Benforte non ha la cattiveria e la malizia adatta a quei mondi. La sua è la scrittura pulita di un ragazzo pulito, un lettore forte e appassionato pieno di buoni sentimenti.



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