La ragazza di Venezia

1945, laguna di Venezia. È notte: il coprifuoco vieta ogni attività tranne la pesca, e Innocenzo Vianello, detto Cenzo, sta appunto pescando. L’unica luce sulla sua barca che scivola silenziosa sull’acqua è una lampada a olio appesa all’albero, ma il pescatore conosce talmente bene la laguna e i pesci che la abitano che non ha bisogno di altra luce. Sopra alle nuvole i bombardieri alleati rombano volando verso Torino, Milano, Verona: ma nessuna bomba cade su Venezia, che è intoccabile perché troppo preziosa per il mondo. La popolazione della città è triplicata da quando nelle ore notturne vi trovano riparo i rifugiati. Cenzo è stanco, è una settimana che non si lava e non scende dalla barca. Quindi pensa che la stanchezza gli abbia fatto un brutto scherzo quando intravede nell’acqua buia il corpo di una ragazza. Galleggia “a faccia in su, con addosso una camicia da notte sporca”. Cenzo si fa il segno della croce e la issa a bordo, anche se le donne portano sfortuna ai pescatori e le donne morte ancora di più. E poi cosa fare con il cadavere? Consegnarlo ai fascisti o ai nazisti può portare solo guai per Cenzo, che copre la ragazza con il telo umido che usa per mantenere fresco il pesce. Chissà chi era la ragazza e cosa le è successo. Il pescatore non ha tempo di pensarci, perché una cannoniera tedesca di pattuglia gli fa segno di accostare: i soldati nazisti lanciano una cima a Cenzo e gli ordinano di salire a bordo. Qui il tenente Hoff e il colonnello Steiner chiedono al pescatore veneziano una consulenza sulla rotta, a quanto pare si sono persi e lui conosce la laguna come le sue tasche. La conversazione non va benissimo, i tedeschi si innervosiscono e chiedono a Cenzo i documenti, poi chiedono di perquisire la sua barca. Il pescatore si sente perduto: cosa succederà quando i soldati troveranno il corpo della ragazza?

Da sempre, una delle armi vincenti della narrativa è l’ambientazione – dal punto di vista spaziale o temporale – “esotica”. Anche un plot fiacco e/o sostanzialmente privo di idee o di originalità può riuscire a reggere, se il lettore è affascinato da luoghi o tempi lontani dai suoi. Questo La ragazza di Venezia non farebbe eccezione, se non fosse che è ambientato in Veneto nei convulsi e drammatici giorni della Repubblica di Salò, con gli Alleati che risalgono l’Italia e le forze nazifasciste che si sentono sempre più sotto assedio e disperate. E questi luoghi, questa ambientazione – che per un lettore straniero di narrativa mainstream sono appunto sommamente “esotici” – per un lettore italiano sono invece familiari, anzi rappresentano una ferita per certi versi ancora aperta, un periodo storico continuamente esplorato da documentari televisivi, saggi, articoli giornalistici, film, romanzi, financo polemiche politiche che vanno avanti senza soluzione di continuità dalla fine della Seconda guerra mondiale. Inevitabile dunque che il modo in cui Martin Cruz Smith – indimenticabile autore della saga del poliziotto moscovita Arkady Renko inaugurata col memorabile Gorky Park e proseguita con altri sette romanzi – si approccia alla caduta del fascismo susciti più di una perplessità. Avete presente quell’insopportabile Italia da cartolina fatta da luoghi comuni presente nell’immaginario collettivo dell’americano medio? Ecco, La ragazza di Venezia – sebbene affronti temi serissimi come le leggi razziali e l’occupazione nazista – somiglia decisamente più al ridicolo To Rome with love di Woody Allen che a Roma città aperta di Rossellini, sembra scritto da un pensionato americano in crociera, se riesco a rendere l’idea. È talmente lontano dal lavoro precedente di questo grande autore, gravemente malto di Parkinson da anni, che fa sospettare che l’apporto della moglie Emily (o di chi per lei) non sia stato solo quello di scrivere sotto dettatura del marito.



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