La ragazza nel portabagagli

La ragazza nel portabagagli

A Jim Malloy era capitato trent’anni prima, all’inizio della sua carriera da giornalista a New York, quando ancora veniva incaricato di scrivere “coccodrilli” su cittadini di una certa importanza, di imbattersi in un tale Thomas R. Hunterden, nato a Gibbsville, Pennsylvania. Aveva indagato, dunque, su quel suo celebre concittadino: nessuno a Gibbsville ne aveva mai sentito parlare e nessun Thomas R. Hunterden figurava negli archivi cittadini. Sono passati trent’anni ormai da quei giorni, New York ha cambiato volto, sono gli anni del “dollaro facile”, del proibizionismo, degli speakeasy clandestini. Malloy si è reinventato press manager di una casa di produzione cinematografica ed ora è diretto alla stazione Grand Central per accogliere Charlotte Sears, affascinante diva “di media grandezza” ormai in declino del nuovo cinema sonoro. Non sfugge a Malloy che alla stazione un uomo, “soprabito a un petto e un bastone da passeggio con il pomo d’argento”, tenti di nascondersi alla vista delle telecamere. Sarà la stessa Charlotte a rivelarne al giornalista la vera identità: si tratta nientemeno che di Thomas R. Hunterden, il misterioso e chiacchierato affarista, che se l’intende da un pezzo con l’attrice cui Malloy dovrà fare da accompagnatore durante la permanenza a New York, barcamenandosi tra attrazioni fugaci e confidenze, complessi intrecci matrimoniali, esclusivi party di detestabili “cocchi di mamma” e ambigui imprenditori…

  Autore dalla fama controversa e uomo affatto facile con cui trattare: così la penna di Stefano Friani ci presenta John O’Hara (1905-1970) nella postfazione a questa edizione di La ragazza nel portabagagli – prima novella della trilogia Prediche e acqua minerale, uscita per la prima volta in Italia presso Bompiani nel 1963 e ora in corso di riedizione grazie a Racconti. Un tipo scontroso, vanesio, rissoso, vittima di un costante complesso di inferiorità ma anche fortemente convinto di meritare il premio Nobel (ottenne invece il National Book Award nel 1956), detestabile e spesso detestato dai suoi editor. Avvicinato spesso e volentieri a Fitzgerald, stimato da Hemingway, ma classificato dalla critica come “scrittore di prima fascia tra quelli di seconda”. Eccezionalmente prolifico: quattrocento e più racconti, di cui 247 pubblicati sul “New Yorker”, e sedici romanzi – Venere in visone probabilmente uno dei più noti –, alcuni dei quali trasposti in pellicole di successo. Sicuramente un narratore di livello, capace di catturare la realtà e di evidenziarne le contraddizioni, le “cospirazioni” – ma anche le più umane sfumature, come avviene in questo lungo racconto con il bel personaggio di “Chottie” Sears – e renderle in modo schietto, iconico, catturando alla perfezione i meccanismi del dialogo (dovuti meriti vanno all’ottima traduzione di Vincenzo Mantovani). La ragazza nel portabagagli si fa sorseggiare piacevolmente come due dita di buon whisky, abbandonati sul divano, mentre d’attorno si svolge un nitido spezzato di storia americana, si dipanano le dinamiche sociali tra Roaring Twenties e Depressione, i loschi giri d’affari tra bar clandestini e chiacchiere da salotto, e ancora rampolli arrivisti della upper class, arrampicatrici sociali, tresche tutt’altro che segrete di cui Jim Malloy, aspirante scrittore e giornalista, disincantato e non di rado ironico alter ego letterario dell’autore, si fa abile cronista. Ad O’Hara basta poco, pochissimo, quasi sempre solo il parlato per raccontare la realtà, per raccontarla bene e – come pare ebbe a definire lui stesso i propri meriti di narratore nel suo epitaffio – con “onestà”.



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