La ragazza perduta

La ragazza perduta
Un marito quasi vecchio ma ancora innamorato decide di fare un regalo diverso dal solito a sua moglie. Accusato di non volerle più bene, vuole convincerla del contrario. Prende così forma un racconto d'amore, che le leggerà alla luce di una lampada da tavolo, per l'anniversario del loro matrimonio. È la storia di un giovane giudice che viene trasferito dal continente in una piccola città su un'isola. Nevica, inaspettatamente, e avvolto in una sciarpa, di notte, l'uomo lavora a sentenze, immerso in una solitudine interrotta dal trillo di un telefono. “Chi parla?”, è la voce di una donna a chiederlo.  Telefonate che  diventano presto un appuntamento fisso. “Posso telefonarle ancora di tanto in tanto?”. Può? Deve telefonare, perché oramai quel suo modo di parlare, di irrompere in risate inopportune, le inspiegabili variazioni del tono della voce, l'età indefinibile, il voto a fine telefonata (“Buonanotte. Cinque meno. Con due insufficienze si è bocciati”) erano diventati per lui indispensabili. Piccolissima. Così gli era sembrata la prima volta che l'aveva vista: trecce nere e pelliccia. Una bambina vestita da donna. Il suo nome era Zezi e aveva diciassette anni...
La ragazza perduta è un racconto d'amore controverso. Un regalo non facile da ricevere, per rimanere in tema. Timbro scuro, ambiguo, un'atmosfera sospesa dove vittima e carnefice si scambiano i ruoli seguendo la traiettoria convulsa di una neve il cui effetto, su un'isola facilmente riconoscibile, è di per sé straniante e tragico. Scritto nel 1992 e pubblicato con il titolo Dedica in una raccolta, La ragazza perduta pubblicata oggi da Einaudi è una riscrittura di quel vecchio racconto da parte dell'autore. Una rielaborazione linguistica del passato che richiama in un gioco di prospettiva la rielaborazione del ricordo che compie il protagonista del racconto. Sono serviti sei mesi a Mannuzzu per consegnare all'editore il racconto rivisto. Sei mesi in cui si sono condensati vent'anni di storia intercorsa nella vita del suo autore, che ci restituisce un sassolino levigatissimo, scritto in un bell'italiano composto, rigoroso e puntuale, come si immagina possa scrivere un magistrato. E quando qualcuno riesce a piegare la lingua italiana, con misurata violenza, per sfruttarne le più intime tonalità, quando ci si imbatte in qualcuno che la “possiede” in questo modo, beh, c'è da commuoversi.

 

 

 

 
 
 
 
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