La ragazza senza coda

La ragazza senza coda

Delia, dopo molti anni, torna a Matera, nella casa in cui ha vissuto da bambina. L’accompagna però un senso di estraneità: non un tiepido e fluido riscoprire, ma un gelido e faticoso ripescare dal fondo d’una memoria ‒ come d’una vita ‒ ormai lontana. Sua nonna, una vecchia megera, è in fin di vita, ma non può incontrarla, poiché è proprio il pensiero di rivedere Delia a tenerla ancora in vita. Silvia, sua sorella, sua madre, i compagni di giochi… tutto è “incellofanato”dal tempo, fermo, quasi come se non fosse mai stato: perfino casa sua le è estranea, come se la spiasse dalla finestra, ladra della vita d’un’altra. Tutto è reso fermo dal tacere in cui inchioda il non vissuto: “L’ennesimo silenzio si tendeva tra loro come un lenzuolo per i morti, sopra le sole domande importanti”. Eppure, la memoria le lampeggia dentro, restituendole di tanto in tanto strappi di luce passata, di vita consumata e mai del tutto scordata: “Tornarono i ricordi […] taglienti e scollegati come i pezzi di un bicchiere rotto…” Delia sente che è finalmente arrivato il momento di rimettere insieme i cocci di ieri, di “rientrare […] nella piccola e vecchia se stessa”, attraverso gli incubi della propria infanzia…

Sogno e realtà, superstizione e raziocinio, atavico e moderno, passato e presente si rincorrono e si avvicendano. Marialuisa Amodio imbastisce una trama solida e spessa in cui dritto e rovescio sono tutt’uno, formano un unico, indissolubile, ricamo: basta voltare il disegno finale, quello in superficie, perché il rovescio dei punti, cucitura dopo cucitura, sia chiaramente leggibile e intellegibile. Il gioco della memoria, su cui si basa il romanzo, è un’arte molto simile al ricamo, i cui fili ribelli si divertono a intrecciarsi, a sovrapporsi, ad aggrovigliarsi… ma mai a spezzarsi. Sta al tempo e alla maestria della mano, alla sua pazienza, il saper ricomporre per dare senso… a un’esistenza, come a una storia. Le sensazioni, tanto della bambina quanto della donna, vengono restituite al lettore in modo terso e palpabile: l’occhio che legge è immediatamente connesso al cuore della protagonista e, con lei, fatica a raccontarsi e a credere alla verità. Il groviglio degli intricati legami familiari si scioglie e si reintreccia: vive. Non c’è linearità, ma soltanto nodi, intrecci da inseguire: un incostante gocciolio di ricordi da incanalare. Il solo modo per fare i conti col vuoto è colmarlo di verità: è lasciar andare gli incubi, conoscerli, accettarli e liberarli, per liberarsi.



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