La ragazza tatuata

La ragazza tatuata
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Joshua Seigl è un professore non ancora quarantenne di bell’aspetto: un omone barbuto e riservato, con diverse relazioni sentimentali alle spalle ma nessuna che l’abbia mai tanto coinvolto da far pensare al matrimonio o alla convivenza (“L’intimità, ogni ora! Come si fa!”). È da tempo che lavora ad un progetto ambizioso: una nuova traduzione in inglese dell’Eneide di Virgilio; e proprio adesso che, nella tranquillità della vecchia casa di famiglia, dovrebbe riordinare le idee e ricominciare a lavorare con maggior tenacia sente invece di non potercela fare da solo. In fondo lo sapeva che prima o poi sarebbe successo, eppure non pensava che avvenisse così presto: ha bisogno di un assistente, meglio se maschio per evitare eventuali complicazioni sentimentali, che viva con lui, che si occupi della corrispondenza ammucchiata ormai da settimane, che riesca a mettere un minimo di ordine nel caos infinito di scartoffie e libri impilati per casa. Così, anche se l’idea convivere con un estraneo non lo entusiasmi più di tanto, Seigl inizia le sue ricerche nell’ampia rete di conoscenze della zona: amministratori e docenti dell’università di Rochester, dell’università dei Gesuiti e persino del conservatorio dove – dopo la morte del padre – aveva preso il suo posto nel consiglio di amministrazione...

Una storia che sembra partire in sordina quella che ci racconta qui Joyce Carol Oates: la noiosa vita di un intellettuale belloccio, erede di una famiglia ebrea coinvolta nella tragedia della shoah, ricchissimo ed anche un po’ snob che si dedica con una sorta di compiaciuta pigrizia alla traduzione dell’Eneide. Nonostante si renda conto di aver assolutamente bisogno di un assistente, nessuno dei candidati che si presentano presso la sua residenza sembrano soddisfare le sue esigenze. E qui la Oates si diverte non poco a presentare una lunga carrellata di pretendenti: dal ventiseienne studioso dei classici che parla con malcelato disprezzo del “lavoro di segretario” al laureato in storia che ammette candidamente di non aver letto alcuno dei libri scritti da Seigl; dal musicista e compositore con un ego smisurato allo studente appassionato della letteratura del dopo Olocausto. Solo Alma, che Seigl incontra per caso, riesce a conquistare la sua fiducia. Lei, una ragazza che vive ai margini della società, dal viso tondo e gli occhi pesti, il viso ed il corpo un po’ tozzo deturpato da brutti tatuaggi più simili a macchie della pelle che non a disegni, diventerà una presenza sempre più importante per il professore, soprattutto dopo che inizieranno a manifestarsi i sintomi di una non ben identificata malattia neurologica (che intuiamo più avanti essere quasi la manifestazione fisica di una più profonda crisi interiore). E questo scatenando le ire e l’odio di Dmitri – il barista poco di buono che Alma ama nonostante la sfrutti, la picchi e la ceda per soldi ai suoi amici – e di Jet, la sorella nevrotica di Seigl che controlla in maniera quasi morbosa la vita del fratello e che avrà un ruolo fondamentale nell’epilogo della storia. E così l’apparente noiosa vicenda di un professore e della sua assistente si trasforma in un percorso di crescita per entrambi, nella condivisione anche solo per pochi istanti di un destino di solitudine. Per Alma che, vittima del pregiudizio ma a sua volta ostile e chiusa nei confronti di chi percepisce come diverso, crolla esausta quando scopre che il suo antisemitismo non ha fondamenta; e per Seigl, che impara ad abbandonare la propria visione rigida del mondo e che nell’ultima visita al cimitero di Mount Carmel – che appare chiara metafora del cambiamento – confessa ad Alma: “L’ultima volta che sono arrivato in cima a Mount Carmel, ero un uomo ignorante. Questa volta... vedrò le cose in modo diverso”. Eppure, nonostante fino alla fine si speri in un lieto fine e in una redenzione (“Il mio cuore è colmo di speranza. Questa è la rinascita. La mia redenzione […] Ci credo: lei mi ha salvato la vita”), la triste realtà che ci sbatte in faccia la Oates è che non c'è fine al male, all’ignoranza ed alla crudeltà e che la risposta a tutto è la stessa che ricevette Primo Levi – ricordato amorevolmente nel romanzo – dal nazista nel campo di sterminio di Auschwitz: “Qui non c’è un perché”.



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