La rancura

La rancura

Unico membro di una famiglia toscana di contadini ad aver studiato, Luigi Luppi è un maestro elementare che allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale viene inviato come sottotenente a combattere sul teatro di guerra istriano, dove vanno in scena campagne militari, il dramma dell’8 settembre, l’adesione alle brigate partigiane, gli scontri e le imboscate contro i militi nazifascisti, i crimini di cui resta vittima la popolazione civile, gli eccidi tra italiani e jugoslavi. Un bagaglio di travagliate esperienze che l’uomo fatica a scrollarsi di dosso anche nel momento in cui fa ritorno a casa, dove ad attenderlo trova un ambiente famigliare in cui non riesce più a collocarsi in maniera adeguata. La convivenza con la moglie Dora si trasforma in un delirio di gelosie e ossessioni, la sua presenza tra le mura domestiche si rivela insopportabile e incomprensibile. Così lo ricorda il figlio Valerio, che allora era appena un bambino e adesso è un professore universitario. Devoto all’ideologia comunista, è stato un attivista del movimento studentesco sessantottino, tra coloro che hanno votato i propri ideali giovanili alla partecipazione alla lotta politica anticapitalistica. Di quel che è stato sacrificato a causa di questa scelta è ora alla ricerca suo figlio Marcello, rientrato da Londra nell’Italia berlusconiana, per rovistare tra ciò che resta nell’abitazione in cui il padre si era ritirato prima di morire…

La rancura ‒ parola che Eugenio Montale adottò per denominare la ruvida sensazione che spinge ogni figlio a confrontarsi con la figura paterna e a tentare di comprenderne i risvolti più intimi e reconditi ‒ è il titolo del nuovo libro di Romano Luperini, tra i più autorevoli studiosi e critici della letteratura italiana. In questa circostanza, come già fece nel 1973 con L’uso della vita. 1968, l’autore toscano affida invece alla sua penna il compito di redigere un romanzo. Animato da intenzioni e velleità modellate su di un percorso di ricerca generazionale, nella stesura del testo Luperini adotta un linguaggio caratterizzato da un’ammiccante e fluente capacità di sintesi formale e di contenuti. Leggendolo, infatti, ci troviamo benevolmente spiazzati allorché i sentimenti di volta in volta evocati, pur nella complessa dinamica delle diverse componenti umane, storiche e sociali, ci vengono presentati con la purezza di una narrativa generosa coinvolgente e riconoscibile. Diviso in tre parti indipendenti l’una dall’altra e ognuna affidata alla vicenda di uno dei rispettivi protagonisti, il filo che lega le storie è proprio la rancura, quel sentimento misto di attrazione e repulsione che ha contraddistinto tre generazioni diverse per condizione sociale e ambientazione storica, dal fascismo fino ai giorni nostri, sull’alterno avvicendarsi delle emozioni, tra impressioni e tormenti, sogni e delusioni che rimodellano la mente dei figli nei bagliori inattesi che filtrano dai ricordi dei padri. Un libro davvero lodevole, anche per la capacità di Luperini di raccontarsi nei panni di figlio e di padre e di sapersi immaginare in quello di suo figlio.



 

 

 

 
 
 
 

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