La ratta

La ratta

Allorquando il Giudizio Universale si stava apprestando a riversarsi sul mondo, Noé contravvenne alle prescrizioni del Signore rifiutando di accogliere sull’Arca il rattone e la rattessa, indegni di condividere gli spazi con gli altri e più nobili animali di tutte le razze e di tutte le specie. Ma rattone e rattessa seppero cavarsela pure in quel mondo fatto di acqua, approfittando della loro intelligenza, vivendo sottoterra in cunicoli e bolle d’aria, proliferando e moltiplicandosi così che quando la terra riemerse, così fecero loro. E furono più degli uomini. Molti di più. Questo racconta la ratta – penetrandogli nei sogni - al suo padrone che l’ha desiderata come regalo di natale. Ogni sogno è un’argomentazione che essa fa con consapevolezza, pacatezza – quella di chi sa di essere nel giusto. Tenta, la ratta, figlia di una stirpe sopravvissuta, e perciò in diritto di sentirsi al di sopra degli uomini, di disilludere coi suoi onirici squittii il suo padrone che ancora crede nella bontà dell’essere umano e nel futuro che si dispiegherà senza dubbio davanti ad esso. Attraverso le sue storie sul declino inesorabile dell’umanità, sulla pochezza dell’uomo, sulla sua meschinità vuole dimostrargli come, invece, la razza umana sia arrivato al capolinea senza nemmeno accorgersene e che in quel fulgido futuro che si illude di vedere ricco e prospero accanto non avrà altro che loro. I topi…

La ratta non è esattamente il romanzo che si potrebbe portare con sé sotto l’ombrellone. Tocca mettersi comodi, tisana o Irish coffee, portare pazienza ed amplificare, dilatare, moltiplicare (se si può) i propri sensi. Perché si legge di un sogno e si legge, anche, soprattutto di una metafora che è come un tubo bucato dal quale entrano ed escono senza soluzione di continuità fiotti d’acqua e scoiattoli, i personaggi passati, protagonisti dei precedenti romanzi di Grass e quelli dei fratelli Grimm (che qui diventano i Grimmfratelli). Le storie si affastellano le une sulle altre, proprio come quando facciamo tanti sogni in una notte ed al mattino sovrapponiamo le trame, senza raccapezzarci. Ma il punto nodale, quello metaforico, bellissimo, è un altro, se avremo la perseveranza di non scoraggiarci in quella confusione narrativa che sembra uno sgabuzzino esploso: è la lotta che il protagonista, in rappresentanza del genere umano, ingaggia con la sua ratta, in rappresentanza della coscienza del mondo, in una contrapposizione atavica ed inesauribile tra il pessimismo naturale, logico ed inoppugnabile di quest’ultima e l’ottimismo del suo padrone, un’insistente speranza che a volte si trasforma in velata disperazione – quella propria di chi non vuole accettare un’evidenza e si costruisce un’illusione pur di sfuggirla.



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