La regina di Saba

La regina di Saba
Tutto ha inizio al sorgere di un’alba fresca sulle valli di Maryab, nel palazzo di Salhim, dove impera Akebo il Grande sotto la protezione di Almaqah, dio di tutte le volontà. Makeda, l’adorata figlia, ha solo sei anni quando, insieme al padre e al suo fedelissimo seguito, deve fuggire da un complotto ordito dal clan del Nord, che non ha perdonato ad Akebo di avere rifiutato in sposa Kirisha, la concubina prescelta per garantire un erede al trono. La regina ventura sarà, a dispetto di qualsiasi disegno diplomatico, Makeda, la cui intelligenza e malizia sono impareggiabili. Ad Axum, dove la guida del regno si trasferisce, la bambina diviene una donna bellissima e dolce, ma anche terribilmente feroce e intransigente. Con lei nulla sarà più come prima: in ventidue anni di comando saprà ammaliare il suo popolo, come i nemici e per il bene del Paese si spingerà verso lidi lontani, alla ricerca di nuove ricchezze e alleanze. Con un finissimo gioco degli enigmi (Turandot permettendo) conquisterà persino il saggio Salomone, Re dei Re, e dal suo grembo fecondo partorirà Menelik, il frutto della pace e della tolleranza a memoria delle future stirpi...
Questo, in estrema sintesi, il succo del libro di Marek Halter, il cui intreccio romanzato, si rifà a quanto già si sa della vicenda del personaggio leggendario della regina di Saba. Nel Vangelo è la regina del Sud. Nel Corano si chiama Bilqis, come la madre. Nella Bibbia è la regina di Saba. Nel Kebra Nagast, libro epico etiope dei Re, il suo nome è Makeda, proprio come in questa storia. A rendere però interessante la sua rivisitazione sono altri contributi: innanzitutto  l’autore tiene conto delle informazioni tratte dalle ultime scoperte del 2008, che rivelerebbero secondo l’equipe tedesca capitanata dall’archeologo Helmut Zeigert, i resti del palazzo della mitica regina nell’area di Dungur, in Etiopia. In secondo luogo, a essere qui irresistibile, è proprio la figura di Makeda, che ci viene proposta in una chiave di lettura inedita. Da un lato riconosciamo l’amante  appassionata e soave del Cantico dei Cantici, il testo biblico che ci ha regalato le più straordinarie poesie d’amore ispirate all’incontro della sovrana con Salomone. Dall’altro canto, spicca possente l’immagine determinata, colta, curiosa, guerriera e impavida della Domina. In realtà Makeda, nove secoli avanti alla nostra era, incarna l’emblema della donna moderna, capace di conciliare con convinzione le sue anime antipodiche, quella docile-sensuale che più si addice all’immaginario femmineo e quella forte-temperamentale, all’uopo sanguinaria, associata ai canoni maschili. La regina di Saba di Halter, sottolineiamo, scrittore ebreo francese, non è “femmina” soltanto nelle parvenze (come hanno ad affermare gli uomini del suo entourage), bensì è messaggera, sin dai tempi che l’hanno vista nascere, di una sostanza identitaria, se ci pensiamo, a tratti rivoluzionaria. Salomone comprende meglio di chiunque le sfumature del miracolo materico palesatosi davanti ai suoi occhi: non una cerbiatta indifesa, pronta a cedere alle sue inimitabili lusinghe, aspirando al talamo della sua milleunesima sposa, ma una regina astuta che, pur non rinunciando all’ondata salvifica di Eros, ha tuttavia impressi nella mente gli obiettivi della ragione di “Stato”. Makeda si reca a Gerusalemme attratta dalla fama del suo Re, ma è altrettanto allettata dall’idea di aprire nuove strade al commercio del regno di cui tiene le redini. Per libera scelta e sommo giudizio abbandonerà l’attempato innamorato e ne serberà per sempre il ricordo, partorendone il figlio che convoglia simbolicamente credi differenti in un’ idilliaca armonia. Makeda, “nigra sed formosa”, è Magistra e Sacerdotessa vivente di Benevolenza; si convertirà infatti alla religione monoteista di Salomone, ma non vieterà alla sua gente di restare devota a Almaqah, il dio di suo padre. Nella Bibbia, per concludere con una citazione di Halter, “ci sono moltissime donne ma non si sente mai la loro voce in prima persona, come se gli uomini che hanno redatto questi testi avessero paura della parola delle donne”. Bene, l’autore, a testimonianza della singolare modernità della “sua” regina, ci ha offerto un mirabile esempio d’affabulazione, lasciando scorrere libero un delizioso alfabeto di parole che qualcuno avvertirà sicuramente familiari.

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