La rete di protezione

La rete di protezione

A Vigata c’è una gran confusione. La città ha cambiato aspetto e al commissario Montalbano la cosa comincia a pesare, “Pirchè gli pariva tutto fàvuso, come se fusse stato dintra a ‘na festa maschirata di cannalivari”. Tutto è cominciato cinque o sei mesi prima, quando i cittadini sono stati invitati a cercare vecchi filmini in Super 8, come si usavano allora, per poter ricostruire l’aspetto che Vigata aveva negli anni Cinquanta. Il tutto perché ‒ non si sa bene nata come la cosa ‒ si sarebbe dovuta girare una ficzion ambientata in quegli anni, a cura di una produzione italo- svedese; ma da quando è arrivata la troupe in città si sono verificati disordini di ogni tipo, causati anche dalla presenza delle attrici svedesi, che sicuramente non passano inosservate. Il paese è stato messo sottosopra, sono stati ricostruiti ambienti, strade, esercizi commerciali; persino il commissariato ha rischiato di essere sconciato dalla targa “Salone d’abballo” e a stento se l’è scampata. In seguito a queste ricerche, l’ingegner Ernesto Sabatello ha rinvenuto sei filmini di proprietà di suo padre, relativi a sei anni consecutivi dal 1958 al 1963, tutti girati nello stesso giorno e alla stessa ora di ognuno di essi: qualche minuto a partire dalle 10.25 del 27 marzo. Tutti i filmati ritraggono lo stesso muro di un edificio di campagna, nient’altro. L’ingegnere non sa darsi una spiegazione e spera di trovarla con l’aiuto di Montalbano. Il caso vuole che a Vigata pare non succedere nulla in quei giorni ed è con piacere che il commissario accetta di occuparsene, alla ricerca di qualcosa accaduto ben sessanta anni prima. All’improvviso, però, capita un fatto inspiegabile quanto grave. In una classe di terza media ‒ tra l’altro quella frequentata da Salvuzzo, il figlio di Mimì Augello nonché figlioccio di Montalbano –, proprio mentre il vicecommissario sta parlando col professore di matematica, entrano dei tipi che indossano la maschera di Anonymous e fanno uno strano discorso minaccioso, alquanto sconclusionato, a proposito di colpe e ingiustizie che devono essere vendicate. I due però sono armati e, dopo una colluttazione con Augello e uno scontro a fuoco, svaniscono nel nulla. Il fatto è grave e il questore convoca persino l’antiterrorismo, ma le indagini non portano a nulla. In quella classe non era mai successo niente di strano, a parte un episodio di bullismo noto a pochi. Montalbano ha difficoltà serie a districarsi nel mondo dei più giovani che si muovono in spazi che gli sono ignoti come il web. Come gli capita spesso, è dal mare che gli arriva il suggerimento giusto quando vede una bottiglia che galleggia a pelo d’acqua. Bisogna gettare una bottiglia come un’esca anche nel mare di internet, pensa, e vedere cosa succede. Ed è così che le verità che riguardano due casi lontani nel tempo cominciano ad emergere. Il problema vero è capire se e quando le verità vadano svelate ad ogni costo…

Di questo nuovo romanzo dedicato da Andrea Camilleri al suo personaggio più famoso – quel commissario Montalbano che abbiamo visto invecchiare nel tempo, in maniera naturale come un amico di lunga data – si può dire che è un giallo senza esserlo veramente. Le due piccole storie, su due diversi piani cronologici, procedono in parallelo e si avvolgono piano piano attorno a quella complessa spirale che è l’animo umano quando solo apparentemente sembra seguire percorsi semplici. Più spesso conosce infatti intrecci complessi nei quali i sentimenti e le emozioni non possono avere confini netti ma solo sfumare fatalmente in altro. Eppure, a ben guardare, è sempre l’amore in tutte le sue declinazioni a muovere tutto. Le due vicende, distanti sessant’anni l’una dall’altra, convergono verso una stessa conclusione, e soprattutto verso una medesima riflessione del commissario non più giovanissimo e di conseguenza meno soggetto alle intemperie dell’istinto, capace adesso di fermarsi a riflettere sulla scelta più giusta. Il fattore umano è più che mai motore di azioni, indagini, soluzioni, e delle scelte di tutti i protagonisti fino alla questione finale che domina la storia e interroga anche il lettore, oltre che Montalbano, a proposito della verità e della necessità di metterla da parte, come talvolta la vita sembra suggerire. Se la storia, quindi, non si configura come un vero giallo e, anzi, a ben guardare, le soluzioni si fanno presto chiare al lettore come in un giallo non dovrebbe accadere, le descrizioni dei luoghi, dei cibi sono sempre quelli ai quali Camilleri ci ha abituati, quelli che ci costringono a sentire il profumo del mare e i sapori dei piatti preparati da Enzo e da Adelina; divertenti sempre i siparietti con i coprotagonisti storici del commissario, nonostante anche qui sembri insinuarsi, ogni tanto, una vena più malinconica. Ed è proprio un senso di mesta malinconia a concludere l’indagine e il romanzo, come fosse l’approdo di un uomo anziano e maturo, lontano dall’età delle presunte certezze nella quale la verità ad ogni costo si sbandiera come unico baluardo di giustizia. Ed è lo stesso sentimento, accompagnato ad un sorriso, che si prova leggendo il commento e il ringraziamento finale che il vecchio Maestro rivolge a Valentina Alferj, la sua collaboratrice, alla quale – per la prima volta – il romanzo è stato interamente dettato a causa dei suoi problemi di vista. Grazie Maestro per questa storia uguale ma diversa, che ci somiglia, per età e stagione di vita, tutti, anche noi lettori cresciuti e invecchiati con Lei e con Montalbano. E così pare che anche il maturo commissario abbia ancora qualcosa di bello da raccontarci, quando un po’ non ci speravamo più; lo riaspettiamo presto allora!



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