La riva del silenzio

La riva del silenzio
Il conforto umano è fondamentale per aiutare a superare il trauma della guerra. Questo conforto Yohan, un ex prigioniero nordcoreano della guerra del 1950-53, lo trova in Brasile in Kiyoshi, un sarto giapponese. Nonostante che tra i due vi sia scarsissimo dialogo, si crea un’intimità fatta di generosità, attenzioni, rispetto reciproco. Il giovane, poco alla volta, si lascia alle spalle i ricordi dei morti, dei feriti, delle devastazioni. Le sue giornate scorrono in una rasserenante regolarità: il lavoro alla macchina da cucire, le consegne ai clienti, le serate sui tetti a guardare le stelle e a bere vino con Kiyoshi. Grazie al sarto e a due ragazzini di strada, Santi e Bia, Yohan ritrova il calore dell’amicizia e dell’affetto che sembrava perduto in un lontano campo di prigionia…
Ciò che colpisce subito de La riva del silenzio è la scrittura asciutta e essenziale. Paul Yoon lavora per sottrazione eliminando ogni elemento superfluo per isolare ed evidenziare i pensieri e i sentimenti del protagonista. La marginalità è il tema centrale del romanzo: il reduce Yohan e il disertore Kiyoshi vivono in una terra straniera, mentre Santi e Bia sono due meninos de rua. Una marginalità drammatica ma riscattata da un profondo senso di pietà, concepita come partecipazione empatica verso l’altro. Lo si può notare nei rapporti tra i personaggi, caratterizzati da gesti delicati, sguardi d’amore, silenzi più significativi delle parole. Nel descrivere le loro interiorità Yoon non cade nella retorica, è misurato e distaccato, nonostante affronti un argomento a rischio come la guerra tra le due Coree. Anzi, proprio le pagine dedicate al conflitto mettono in luce, attraverso la figura di Yohan, un’umanità lacerata e contraddittoria, capace di slanci solidaristici come di chiusure egoistiche. In un mondo sempre più vuoto e privo di senso, la bontà non è semplicemente consolazione ma una forma di salvezza. È quanto impara Yohan in Brasile.

 

 

 

 
 
 
 
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