La riva delle Sirti

La riva delle Sirti
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Aldo è il rampollo di una delle più antiche famiglie della Signorìa di Orsenna, potenza mercantile che vive “come all’ombra di una gloria che le hanno acquistata nei secoli andati i successi militari contro gli Infedeli e i favolosi benefici dei suoi commerci con l’Oriente”. Finiti gli studi, si è dedicato per qualche tempo ai vacui e sfrenati passatempi dei giovani aristocratici viziati come lui, ma una delusione amorosa gli ha fatto venir voglia improvvisamente di cambiare aria, e così ha chiesto alla Signorìa un incarico “in qualche provincia lontana”. I governanti di Orsenna infatti da sempre diffidano dei loro militari, temendo congiure e colpi di Stato, e quindi hanno sottoposto ogni autorità militare al potere civile. Ma non solo: le più nobili famiglie di Orsenna per tradizione inviano i loro giovani eredi presso i capi militari “con funzioni che in pratica non differiscono molto dallo spionaggio”. Quei ragazzi vengono definiti gli “occhi della Signorìa” e hanno molta libertà di manovra nella loro funzione di commissari al fronte. Pochi giorni dopo la sua richiesta, Aldo viene assegnato dal Senato di Orsenna alle Forze Leggere della Signorìa che controllano la costa delle Sirti, perduta agli estremi confini meridionali. Tutti considerano le Sirti “come un purgatorio dove si va ad espiare qualche errore commesso nel servizio, in anni di interminabile noia”. In realtà si tratta di un fronte di guerra, una guerra che dura da trecento anni. Di là del mare delle Sirti infatti c’è il Farghestan, una nazione insanguinata da guerre tribali e frantumata “in gruppi feudali avvelenati da mortali odi di razza”. Da secoli ormai non avvengono scontri tra i due Paesi, “rinchiusi in una musoneria puntigliosa e superba”, che si limitano a non avere alcun contatto e a sorvegliarsi da lontano. Dopo un lunghissimo e straniante viaggio in automobile, Aldo – che porta con sé molti documenti, gli atti relativi alla sua nomina e al suo incarico, istruzioni per gli ufficiali e un robusto plico giallastro col sigillo della Signorìa con ordini segreti da aprire solo in caso di emergenza – giunge alla sua destinazione e incontra il capitano Marino, comandante della base delle Sirti, “massiccia figura che emerge dalla nebbia, solida realtà dopo tanta fantasmagoria di bruma”…

Nel 1951 Julien Gracq, al secolo Louis Poirier (lo scrittore adottò uno pseudonimo per non turbare la sua carriera di insegnante liceale), pubblicò La riva delle Sirti, considerato unanimemente il suo libro più importante. In quello stesso anno la Libia aveva dichiarato la sua indipendenza dall’Italia, una circostanza probabilmente decisiva nella costruzione del romanzo da parte di Gracq. Nel titolo infatti c’è un chiaro richiamo alla costa libica: Syrtis Maior era il nome romano del Golfo di Sidra, ritenuto molto pericoloso per la navigazione e luogo inospitale per eccellenza. Ma l’autore francese opera un bizzarro rovesciamento geografico – non l’unico del libro, peraltro – e colloca le Sirti all’estremo sud di una nazione, Orsenna, che palesemente allude a un’Italia che oggi definiremmo “steampunk”, una sorta di Repubblica Veneziana con caratteristiche che richiamano al Settecento e all’Ottocento, senza energia elettrica ma con le automobili. Questa Signorìa dal grande passato e dal malinconico presente sta per precipitare nell’abisso del militarismo e dell’autoritarismo, altra caratteristica che fa pensare che Gracq abbia voluto alludere in qualche modo a Mussolini e al suo sogno colonialista africano. La riva delle Sirti è un libro ammaliante, che si impernia sul combinato disposto di una lingua elegante e deliziosamente anacronistica e di atmosfere angoscianti nella loro impalpabilità. Impossibile non pensare a Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, anche se Gracq ha sempre negato di esserne stato influenzato, indicando invece come fonte di ispirazione La figlia del capitano di Puškin. Il libro nell’anno di uscita fu candidato al più prestigioso premio letterario francese, il Goncourt, ma l’autore scrisse una lettera aperta a “Le Figaro littéraire” per dichiararsi “risolutamente non candidato”, annunciando che avrebbe rifiutato il premio nel caso fosse stato assegnato a La riva delle Sirti. Cosa che puntualmente accadde, scatenando un feroce dibattito nell’ambiente letterario francese dell’epoca e la reazione offesa di Gracq, che si chiuse da allora in uno sdegnoso silenzio, lasciando solo ai suoi libri il compito di rappresentarlo.



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