La riva fatale

La riva fatale
Il 26 gennaio del 1788 una flotta di undici vascelli, con a bordo 1030 persone, delle quali circa 800 prigionieri condannati per vari reati, sbarca sulle coste dell'Australia. L'immensa isola, praticamente inesplorata, è stata scelta dal governo britannico come luogo di esilio per quasi tutti i suoi criminali, per i derelitti, gli 'irrecuperabili', i 'rifiuti della società'. Questo folle progetto, tipico dell'Inghilterra giorgiana, è solo l'inizio di un'epopea avvincente, violenta e drammatica, man mano che questa bizzarra comunità cerca di trovare il suo posto in quella terra piena di insidie climatiche, animali e piante mai visti, indigeni fieri e primitivi e si trasforma in un Paese moderno e avanzato...
Per ottanta lunghissimi anni, dal 1788 al 1868, l'Inghilterra deportò i suoi galeotti in Australia. Il cosiddetto 'Sistema' in realtà affonda le sue radici in una pratica antica, già ampiamente usata nel '600 per esiliare dissidenti, indesiderati, paria e galeotti, che venivano spediti nel continente appena colonizzato, l'America. Ma con la Guerra d'Indipendenza il flusso di migrazione si era pressoché arrestato, e le già terribili condizioni di vita delle prigioni e degli slums, i bassifondi londinesi dove pullulavano in condizioni per noi inimmaginabili centinaia di migliaia di persone erano divenute insopportabili ed ingestibili per il perbenista governo del re Giorgio. Parecchi prigionieri venivano tenuti in vecchie navi ormeggiate lungo il Tamigi, in attesa di un viaggio che aveva perso la sua destinazione originaria. La valvola di sfogo per questo caos fu trovata nel continente australe appena scoperto: e la spietatezza mostruosa di questa scelta può apparire in tutta la sua brutalità soltanto se consideriamo che la visione del mondo di un uomo (peraltro di poca o del tutto assente cultura, come la gran parte dei detenuti inglesi era) della fine del '700 era ben diversa da quella di oggi, quando la possibilità di 'ricominciare' in una terra vergine non sarebbe certo vista come la peggiore delle punizioni (tenuto conto anche delle condizioni invivibili delle prigioni patrie). L'Australia era l'ignoto, l'inferno, un altro pianeta, il luogo di creature mitiche e di sofferenze mai provate prima, e perdipiù per arrivarci occorreva sobbarcarsi un viaggio allucinante, lungo mesi, con probabilità di sopravvivenza tutt'altro che incoraggianti. Comunque, volenti o nolenti, quasi 200.000 mila inglesi furono deportati sulla riva fatale, e con difficoltà inumane (e il solito corredo di atrocità fisiche e culturali ai danni degli indigeni che accompagna ogni colonizzazione occidentale) crearono una società con le sue regole e la sua storia. Una storia che però ha sempre pesato come un peccato originale sugli australiani, che hanno operato una sorta di gigantesca rimozione sulle loro origini, in attesa di avvenimenti (come ad esempio Gallipoli, nel 1915) che creassero un orgoglio storico e un'identità nazionale 'presentabile'. Robert Hughes, col suo monumentale e splendido lavoro di ricerca delle fonti (foto, documenti, lettere, diari, mappe) spazza via il velo grigio della vergogna e riscatta una nazione intera raccontando con minuzia incredibile le mille storie del popolo australiano (ivi compresi gli aborigeni che occupano l'isola da decine di migliaia di anni), le sue lotte contro un ambiente duro ma dal fascino irresistibile, i suoi sogni e la sua cupa grandezza.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER