La rivoluzione

La rivoluzione
“Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti! Con gli occhi azzurri e con i capelli d’oro, un giovin cammina innanzi a loro. Mi feci ardita, e preso per la mano gli chiesi – dove vai, bel capitano?-  Guardommi e mi rispose - O mia sorella, vado a morir per la mia patria bella”. Così Mercantini ci introduce Carlo Pisacane, figura centrale del Risorgimento italiano, portatore di idee innovative, nonché uomo d’azione. All’indomani  del fallimento dei moti del ’48, infatti scuote il paese  un nuovo dibattito teorico sull’unità d’Italia.   Quale strategia attuare per ottenere un paese unito e indipendente?  Quale Stato costituire una volta liberata l’Italia dal giogo dell’Austria? È di fronte a tali grandi questioni che Pisacane ci propone il saggio completato nel 1855, La Rivoluzione. Qui egli contesta la modalità di pianificazione delle iniziative mazziniane, sottolineando come queste non si fondassero su un’analisi della realtà sociale ed economica del paese, bensì su un sogno spirituale, ideale, non trovando poi riscontro nella realtà dei fatti. “ Cosa sono le idee senza le rivoluzioni, senza la guerra che le faccia trionfare? Un nulla, sono le varie forme che i vapori prendono nell’aria e che uno zeffiro disperde”.  Allora, in risposta, Pisacane dà inizio alla pianificazione della Rivoluzione proprio con l’analisi della situazione economica dell’Italia.  Si rende conto come il tanto osannato progresso in realtà non abbia fatto altro che arricchire pochi ed impoverire molti : “Ma codesto accrescimento continuo del prodotto e dell’umano sapere, spande egualmente la prosperità su tutti? Suscita nell’uomo il sentimento del proprio diritto, della dignità? Garantisce la libertà, garantisce il popolo dall’usurpazione di pochi, rende impossibile, sotto ogni forma la schiavitù, ed assicura l’indipendenza dell’uomo dall’uomo, o almeno su giuste lance le correlazioni?”. La risposta gli appare chiaramente negativa. Le moltitudini sono oppresse da continui mali, la miseria dell’operaio cresce all’aumentare della ricchezza sociale, del prodotto nelle industrie. Alla proliferazione delle merci, che si diffondono in tutta Europa, non equivale un accrescimento dei diritti. Ed ecco,  da qui derivare l’ignoranza del popolo e l’approfittarsi degli usurpatori nel salariare parte di questo perché  opprima i rimanenti. E allora è evidente che la questione economica e sociale prevalga sulla politica, e che la Rivoluzione debba muovere dai bisogni materiali del popolo, affamato da quel “mostruoso diritto di proprietà”. Ma Pisacane non si accontenta di riportare per iscritto quelle che sono le sofferenze del suo Paese. Egli  vuole che tali idee si tramutino in azione.  Lo vuole a tal punto da sacrificare la propria vita per una società migliore. Il suo tentativo di liberare il Mezzogiorno dal governo borbonico fallì con la spedizione di Sapri, proprio perché il suo amato popolo non era ancora pronto a rivestire un ruolo positivo nel riscatto nazionale e sociale. ..
Viene riproposto questo testo (in versione non integrale, in quanto mancante dei capitoli 4- 5) in quanto tratta questioni di grande attualità e pone obiettivi dall’Italia ancora non raggiunti.  Tiene viva la memoria di quei figli che vollero immolarsi per l’avvenire dell’Italia e la speranza che ritorni quel coraggio  nel difendere la dignità umana di fronte alle avversità. 

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