La rivoluzione in cammino

Nei primi cinque anni della sua storia, il Partito Comunista Cinese (PCC) crebbe in modo esponenziale, arrivando nel 1927 a sfiorare i 60.000 iscritti. Gli scioperi, le tensioni sociali e le radicalizzazioni politiche portarono però a un irrigidimento del Partito Nazionalista Cinese (PNC) – la formazione politica che con il PCC formava un’alleanza definita “Fronte unito” –, irrigidimento che con la leadership di Chiang Kai-Shek diventò guerra aperta, tanto che il PCC fu messo al bando e in buona sostanza smantellato in pochi mesi. Questo causò una mutazione profonda all’interno del movimento comunista cinese: la linea fino a quel momento seguita di porre al centro dell’azione del partito gli operai e il proletariato urbano andò in crisi e la linea del giovane dirigente Mao Zedong, che nell’inverno 1926-1927 aveva realizzato un Rapporto d’inchiesta sul movimento contadino nello Hunan, divenne maggioritaria. Al centro dell’azione rivoluzionaria – ricorrendo a tattiche militari – dovevano essere le masse contadine, che costituivano il 90% della popolazione. Venne formato un vero e proprio “esercito rosso formato da contadini con l’obiettivo di distruggere il potere fondiario nelle campagne e offrire ai contadini poveri e ai braccianti la speranza di un futuro migliore segnato dal possesso della terra”. Primo atto di questa strategia fu la cosiddetta “insurrezione dell’1 agosto” nella provincia meridionale di Nanchang, che ebbe poca fortuna; il secondo – ben più ambizioso – la sollevazione congiunta delle province centro-meridionali del Guandong, Jiangxi, Hunan e Hubei, la “insurrezione del raccolto d’autunno”, anche questa non vittoriosa. Furono fondate diverse basi militari organizzate secondo il modello sovietico e con l’appoggio dell’URSS. Nel 1931 fu fondata la Repubblica Sovietica Cinese, un vero e proprio Stato nello Stato, che governava una ventina di distretti con una popolazione di circa 3 milioni. L’anno seguente il governo centrale avviò la cosiddetta “quarta campagna di annientamento” e poi, dopo sanguinosi scontri, nel 1934 la quinta: Chiang Kai-Shek, alla guida di 500.000 soldati, accerchiò l’Armata Rossa nel Jiangxi. La ritirata comunista per sfuggire alla manovra a tenaglia dell’esercito governativo divenne un’impresa epica, con oltre 80.000 uomini che attraversarono la Cina a piedi, braccati dai nemici: un’impresa che in realtà fu il preludio alla vittoria comunista e per questo fu ribattezzata la Lunga Marcia…

La storia e la memoria della Lunga Marcia (Chángzhēng) sono tornate prepotentemente alla ribalta negli ultimi anni, in occasione di una serie di importanti anniversari. Ne tratteggia brevemente (forse un po’ troppo brevemente) qui le premesse e lo svolgimento Guido Samarani, docente di Storia della Cina presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. E ci racconta la storia incredibile di 368 giorni interi passati a marciare e combattere, 235 di giorno e diciotto di notte, per 12.000 chilometri, superando diciotto catene montuose e ventiquattro fiumi, attraversando dodici province e sessantadue città: come scrisse Edgar Snow nel suo memorabile reportage del 1937 Stella rossa sulla Cina, “al confronto la marcia di Annibale attraverso le Alpi è soltanto una gita di piacere”. Al di là della retorica di regime, la Lunga Marcia fu innanzitutto una ritirata e solo la genialità visionaria di Mao Zedong, che la presentò sempre – contro ogni logica – come una campagna difensiva contro l’invasione della Cina da parte del Giappone, la trasformò in una grande impresa militare. La Lunga Marcia non a caso portò Mao a capo della rivoluzione e donò a tutti i comandanti e a tutti i partecipanti, tra cui Liu Shaoqi, Zhu De, Lin Biao e Deng Xiaoping un’aura e un prestigio duraturo. L’epica traversata tra lo Jiangxi e lo Shaanxi è un evento palingenetico della Cina popolare e ancora oggi ha un peso enorme nell’immaginario collettivo cinese. Lo ha confermato il fatto che in una commemorazione per gli ottanta anni della Lunga Marcia, nel 2016, il Presidente cinese Xi Jinping abbia dichiarato solennemente: “I tempi sono cambiati e le condizioni sono cambiate, ma gli ideali e la causa per i quali noi comunisti combattiamo non sono mutati affatto”.



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