La saga di Cugel

Per la seconda volta il beffardo mago Iucounu ha teletrasportato Cugel all’estremo nord del mondo, al di là dell’immenso Oceano dei Sospiri, lontanissimo da casa. Il beffardo avventuriero ora siede, disarmato e senza un soldo, sulla malinconica spiaggia di Shanglestone Strand: l’unico suo pensiero è la vendetta. Ma come ornare a casa, ad Almery? E una volta tornato, come evitare di cadere ancor una volta vittima degli incantesimi di Iucounu? Ma questi sono problemi di là da venire. Ce n’è uno più urgente da risolvere: trovare un riparo per la notte: il sole sta per tramontare e la zona è infestata da rostgoblers. Cugel si incammina verso un riflesso lontano: sono le vetrate di un sontuoso maniero antico, seminascosto dagli alberi di un giardino molto trascurato. È la residenza di Mastro Twango, che però è tassativo: offre riparo e protezione solo in cambio di lavoro. Cugel accetta l’incarico che gli viene proposto, apparentemente prestigioso. Ma ben presto scopre l’amara verità…
A quasi vent’anni di distanza dal memorabile Eyes of the Overwold (qui da noi Le avventure di Cugel l’astuto), secondo volume del ciclo della Terra Morente, Jack Vance nel 1983 torna al personaggio di Cugel, con l’intento di regalargli più spazio e una più accurata definizione. Intento solo parzialmente riuscito: sebbene La saga di Cugel sia un’avventura fantasy colorata, ironica e ricca di inventiva che il 90% degli scrittori di genere pagherebbe per aver pubblicato, il libro infatti è al di sotto degli standard di Jack Vance (l’eccellenza, ironia della sorte, è anche una condanna). Solo qua e là (le colonne come status symbol di Tustvold, il drammatico viaggio in carovana fino a Kaspara Vitatus, alcuni dialoghi) rintracciamo l’estro scintillante che ha reso celebre questo autore, solo qua e là ritroviamo i laconici, spregiudicati guizzi che hanno fatto innamorare milioni di lettori del personaggio di Cugel.

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