La sala nera

La sala nera
Martina abita in Via Firenze, a Savona. È l’affidabile commessa della storica gioielleria Modigliani. È una ragazza di bell’aspetto. Ha un fidanzato, Idris. Che le parla di una vita che non può permettersi. Ludovica Sperinelli invece è un sostituto procuratore. Quel giorno deve lasciare Savona per Genova. È membro della commissione per l’esame di Stato degli avvocati. Una scocciatura dalla periodicità settimanale, ma tutto sommato risolvibile in poche ore. Alla stazione incontra il più fido dei suoi collaboratori, il maresciallo Mancini. È lì con sua moglie, attende la suocera Cosima, che viene dall’Abruzzo in Liguria per operarsi di cataratta. Teresa è una bella signora di oltre sessant’anni. Si gode la pensione. Ha esercitato per anni il mestiere più antico del mondo. Nell’appartamento accanto vive un tenore. Al piano terra c’è la gioielleria Modigliani. Primo, il titolare, adora Martina. È la figlia che non ha avuto. L’orario di chiusura è prossimo. Primo lascia Martina da sola al bancone. Scende nella sala nera. Il caveau. È detto sala nera perché il pavimento è di ardesia. Custodisce in questi giorni i brillanti della mostra organizzata a Palazzo dell’Anziania. Primo sente suonare. C’è una cliente. Dice a Martina di farla entrare. Spera di sbrigarsela presto. Dopo un po’, risale. D’un tratto, la cliente tira fuori un taglierino. Minaccia Martina. Martina dice al titolare di non temere, è un bluff, che suoni pure l’allarme. La donna la ferisce al collo. Primo scende. Esegue gli ordini, fa strada verso il caveau. La rapinatrice perde l’equilibrio. Martina muore sgozzata…
Francesca Giorgi, savonese, da molti anni lavora in magistratura. Attualmente è un GIP, ama la musica lirica e le tradizioni liguri. Anche Irene Schiavetta risiede a Savona. È una pianista. Insegna in conservatorio. Entrambe hanno scritto. Molto. Da sole e in compagnia. Reciproca, per lo più. La Giorgi e la Schiavetta sono infatti al terzo romanzo insieme, dopo Delitto alla Cappella Sistina e Morte al Chiabrera. E l’affiatamento c’è, e si vede. Non esistono modi di scrivere identici, ognuno ha il suo. Raramente l’amalgama riesce bene. Questo è uno dei rari casi. E non è certo un caso che anche le investigazioni siano in mano a un soggetto plurale. Un pool, a voler usare un termine oramai abusato. Riuscito. C’è ritmo e tensione, e al tempo stesso leggerezza, una prosa facile e fresca, un grande piacere nel leggere. Evidentemente, c’è stato anche un grande piacere nello scrivere. E nel lavoro dietro le quinte, per così dire, che un romanzo comporta. Quando due autori si uniscono, uno dei due finisce sempre – o quasi – per somigliare a un freno a mano tirato in corsa. Qui questo non succede. C’è cura nei dettagli, nella scelta delle parole, ognuna densa di significato, il che determina una benemerita asciuttezza, nella caratterizzazione degli ambienti, vividamente descritti, e dei personaggi, plausibilità – benché non manchino i colpi di scena – dei dialoghi, dei pensieri riprodotti, delle azioni e delle situazioni.

 

 

 

 
 
 
 
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