La scatola dei bottoni di Gwendy

La scatola dei bottoni di Gwendy

La chiamano la Scala del Suicidio ed è una delle tre strade che consentono di salire a Castle View dal paese di Castle Rock. Dall’inizio dell’estate è possibile scorgere una ragazzina di circa dodici anni che ogni santo giorno, domeniche incluse, fa quella scalinata, cercando di spingersi sempre al limite delle proprie, limitate, energie. La ragazzina in questione si chiama Gwendy Peterson,ha appena terminato la scuola elementare ed è stanca di essere soprannominata GoodYear da Frankie Stone, un suo compagno di classe già laureato all’università del teppismo. Per questo tutti i giorni percorre di corsa la Scala del Suicidio, per dimagrire e sentirsi più a proprio agio con se stessa e con gli altri. Oggi però a catturare la sua attenzione nell’area ricreativa di Castle View è un tizio con jeans neri, una camicia bianca e un elegante cappello nero. Lei non fa quasi in tempo ad accorgersene che viene chiamata proprio da quel tipo, il quale le dice di doverle parlare. Gwendy è titubante, sa di non dover parlare con gli sconosciuti e che dietro la gentilezza possono spesso celarsi demoni difficilissimi da domare, soprattutto per una bambina, ma quell’individuo dimostra di essere abilissimo a vincere le sue ferme resistenze. Si presenta, dicendo di chiamarsi Richard Farris, e dopo aver chiacchierato con lei del più e del meno, le porge una borsa di tela con la chiusura a cordoncino, dalla quale estrae una scatola di mogano piena di bottoni colorati…

Secondo esperimento a quattro mani di Stephen King a distanza di qualche mese da Sleeping Beauties. Oggi a condividere carta e penna con il Re del Brivido è Richard Chizmar, suo stretto collaboratore nonché editore e redattore della casa editrice e rivista Cemetery Dance. La storia qui descritta, non particolarmente lunga e di fulminea scorrevolezza, incuriosisce i fan per il ritorno alla cittadina immaginaria di Castle Rock, già teatro di opere riuscite come La zona morta e Cujo, ma è con La bambina che amava Tom Gordon e Cose preziose che questo La scatola dei bottoni di Gwendy presenta le maggiori affinità. Con il primo condivide lo sgomento di una giovinezza in trasformazione attraverso il catalizzatore della responsabilità e della paura, mentre con il secondo presenta delle affinità sul potere diabolico che gli oggetti possono esercitare sulle persone. Ne viene fuori una favola nera che vede in Gwendy – ragazza cicciottella e poco considerata da tutti, ma dalla grande forza di volontà – l’assoluta protagonista della vicenda. Dal suo casuale incontro con il misterioso Richard Farris, che le donerà una curiosa scatola con dei bottoni, fino all’epilogo, i cambiamenti psico-fisici e gli stati emotivi della protagonista saranno in primo piano, in un climax ascendente verso una perfezione che a un certo punto diverrà talmente scontata da tramutarsi in desiderio di normalità a tutti i costi. L’intento pedagogico è forte e l’accoppiata King-Chizmar confeziona una storia che può tranquillamente essere appannaggio di lettori non solo adulti, ma anche adolescenti, e non mi sorprenderebbe nel vederla consigliata da professori lungimiranti come invito alla lettura. Il fan di lunga data, pur rimanendo colpito dalla poliedricità del Re, resta però ammaliato a metà, consapevole che l’idea della scatola dai magici poteri è molto intrigante, e che poteva essere canovaccio per un suggestivo romanzo à la King, mentre qui si rimane nell’alveo del racconto lungo o, se si preferisce, del romanzo breve. Chi scrive invita tuttavia a non essere troppo duri, dato che la produzione del Re abbonda di capolavori, seppur non nel passato meno risalente, e che ogni tanto una sua grande idea può essere declinata in una forma diversa rispetto agli stilemi del romanzo da 700 pagine.



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