La scelta di Katie

La scelta di Katie
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Joe O’Brien è irlandese dentro e fuori: occhi azzurri, pelle chiara, cattolico, una bella e numerosa famiglia. E l’amato lavoro da poliziotto. Un giorno stressante, un malessere e si ritrova seduto davanti a un medico. Una diagnosi implacabile: corea di Huntington. Difficile da pronunciare, figuriamoci da capire. Geni. Tripletta CAG. Perdita di controllo sui movimenti volontari. Malattia neurodegenerativa con esito letale. Una condanna a morte ereditaria. Una madre, la sua: altro che “ha bevuto fino ad ammazzarsi”, come dicono tutti nel quartiere, sua madre è morta di Huntington e lui non lo sapeva. È ciò di cui, entro massimo vent’anni, morirà anche lui. E forse i suoi figli, ciascuno con una possibilità su due di avere il gene mutato. Assorbire la notizia, convivere con la malattia, accettare la possibilità di veder morire i propri figli: quanto dolore si può sopportare in una vita sola? I quattro figli sono devastati, al dolore per la sorte del padre si aggiunge l’angoscia per la propria e il dubbio: sottoporsi o meno al test genetico? Sapere o non sapere? JJ, il maggiore, presto padre, affronta il test. Positivo. Morirà di Huntington. E suo figlio? Amniocentesi sì o no? Il dramma che si ripete, Patrick, Meghan, Katie. Già, la piccola Katie, l’insegnante di yoga, cresciuta all’ombra della sorella maggiore, star del balletto di Boston. Sapere o non sapere? Eppure è proprio dalla piccola Katie che passa, per Joe e per l’intera famiglia, la speranza della vita, la vita anche nella malattia…

Altro che romanticismo, altro che horror. Qui ciò che fa piangere a catinelle è la vita. Un tipo di vita particolare, in effetti: quella segnata dalla malattia. Alcune malattie, ormai, sono sdoganate, le abbiamo accettate. Però ci sono quelle devastanti, che imbruttiscono, che rendono dementi, osceni, vergognosi. Un corpo che decade, che si disfa, ci offende, è insopportabile. Quando è un padre, poi, un figlio, una sorella? Saremmo mai capaci di comprendere, accettare, sopportare? Magari con l’aiuto di Dio? “Noi siamo brave persone, Joe”. Anche la fede più salda può vacillare, in cerca di una risposta che non si trova a un dolore che non si può dire. “Qualunque cosa tu stia per fare, dovrai farla davanti a me”. La strada breve per non soffrire più ci priva del dolore ma di cos’altro? Ossessionati dalla malattia, quanta vita ci perdiamo? Ci sono dei passaggi in cui Lisa Genova, medico, realista ma non cinica, ci sprofonda in casa O’Brien e ci fa sentire il peso della nostra umanità, della nostra caducità. Non c’è mai il gusto del patetico, anzi, alla fine l’autrice, per bocca mano e cuore della giovane Katie, ci ricorda che la meraviglia è in ogni secondo e che ogni giorno vale la pena di essere vissuto. “Impareremo da te come convivere con la CH e come morirci, papà”. Quel che serve è solo uno scopo.



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