La scena perduta

La scena perduta
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Spagna, Santiago de Compostela. Il regista israeliano Yair Moses, nonostante l’età avanzata, si reca in Galizia per una retrospettiva dei suoi film. Ad accompagnarlo c’è Ruth, attrice ancora ricca di grazia e di fascino, un tempo compagna di Shaul Trigano, suo sceneggiatore e ora divenuta “un personaggio affidato a lui”. Nei confronti della donna l’anziano regista ha dei riguardi particolari: Ruth è ignara del fatto che non avrà nessuna parte nel suo prossimo film. Inizia la prima giornata della retrospettiva e i due decidono di concedersi qualche ora di riposo nella lussuosa camera dell’hotel, prima che la situazione diventi troppo “movimentata”. E mentre Ruth dorme ancora, il regista osserva con attenzione una riproduzione alla parete: una giovane donna col seno scoperto allatta un vecchio muscoloso con le mani legate dietro la schiena: un prigioniero, forse. Scruta meglio per cercare il nome dell’artista, ma non lo trova, ci sono solo due parole: Caritas Romana. E ricorda la scena del suo film, la scena che Trigano scrisse e che Ruth fermamente rifiutò: no, non poteva rappresentare una donna che allattava un uomo. E quella scena fu tagliata, e quella scena perduta determinò la rottura tra Ruth e Trigano e l’allontanamento definitivo tra lo sceneggiatore e il regista…

L’israeliano Abraham B.Yehoshua non ha certo bisogno di presentazioni e con La scena perduta conferma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la sua grande abilità di scrittore. Risulta quasi automatico, nel corso della lettura, fare un’associazione tra il regista protagonista e lo scrittore stesso: per quanto il romanzo non sia totalmente autobiografico infatti è pur vero che nel libro, come ha dichiarato lo stesso autore, ci sono parti che in qualche modo sono sue: tanto per dirne una, i primi film di Moses riprendono due suoi racconti giovanili – precisamente, L’ultimo comandante e Il rapido seerale di Yatir. Moses si ritrova a fare il famoso bilancio di vita, a recuperare volti, immagini e suoni, quasi il suo fosse un voler (o dover) tornare indietro nel tempo a recuperare qualcosa o qualcuno, a riprendere quella scena perduta che forse, noi tutti, abbiamo. Lontano dal realismo, La scena perduta è un susseguirsi di simboli, di immagini evanescenti, di percorsi tutti a ritroso in un mondo in cui gli aspetti astratti e onirici meritano un posto d’onore. Forse abbiamo bisogno di questo? Di simboli, di cose astratte, di metafore? La risposta la dà lo stesso autore: sì, ne abbiamo bisogno per fronteggiare la situazione che abbiamo intorno.



 

 

 
 
 
 

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