La schiava bambina dell’Isis

La schiava bambina dell’Isis

Prima che tutto cambiasse quando aveva quindici anni, suo padre le ha insegnato a usare il kalashnikov, un AK-47, così come aveva fatto con la moglie e al fratello Delan, che ha due anni in più. A Serhad non è ancora toccato, ha solo dodici anni. Farida è orgogliosa di questo chiaro segno, ormai il padre la considera abbastanza grande da difendere la casa in caso di necessità. Lei non lo sa che necessità può derivare dal fatto che sono yazidi e non musulmani e niente fa sospettare la catastrofe che di lì a poco colpirà tutto il suo popolo. Vivono a Kocho, a sud della pianura del Sinjar, la catena montuosa che è a nord dell’Iraq. Una zona verdeggiante in primavera, prati fioriti e pascoli con greggi di capre e pastori, che d’estate si trasforma in una fornace, così sono stati costruiti tutto intorno stagni artificiali per irrigare i campi quotidianamente. La famiglia di Farida ha un meraviglioso orto circondato da alte mura e lei ha il compito di bagnare le rose e le piante. La loro casa, come molte altre nel paese, è rimasta a metà perché durante la costruzione sono finiti i soldi, abitano al piano terra, mentre al piano superiore sono rimaste le colonne e i ferri in attesa che siano portati a termine i lavori; lei come figlia femmina ha una stanza tutta per sé, ma rimpiange di non avere una sorella, sebbene possa avere sempre la compagnia dell’amica Evin e della cugina Nura…

Farida Khalaf è il vero nome della protagonista, quello delle altre persone è cambiato, solo ai personaggi pubblici ha lasciato quello reale, anche la ragazza ritratta in copertina non è lei, non vuole mostrare il suo volto. Una storia raccontata con la forza della verità, che non necessita di artefizi per coinvolgere il lettore, non indugia mai su particolari scabrosi che proprio perché non descritti bruciano il cuore. Farida perde il suo mondo in maniera brutale: perde la dignità di essere umano, la verginità fisica di gran valore sociale, la spensieratezza della gioventù, ma non la purezza d’animo attraverso la quale ogni violenza fisica, psicologica e morale è narrata. C’è un “prima” molto semplice e dato per scontato, un “dopo” di lenta riappropriazione di sé e in mezzo la resistenza, la determinazione di un uccellino che vuole uscire dalla lurida gabbia e sbatte le ali, aguzza gli occhi alla ricerca di un pertugio da cui passare. Uno stile lineare, un contenuto che è comunicato con naturale intensità, difficile staccarsi dalla lettura. Sin dalle prime pagine sappiamo che Farida ce l’ha fatta, ma nonostante questa consapevolezza si è catturati dall’urgenza della narrazione, per cui sapere che è al sicuro in Germania e sta tenendo fede alla promessa di dire a tutti quello che succede a pochi chilometri da noi, anni luce dalla nostra cultura, rafforza la drammaticità del racconto. Da leggere perché aiuta a comprendere come mai una fiumana di persone continua a scappare dalla terra natia, affrontando viaggi terribili nonostante le alte percentuali di mortalità.

 

 

 

 
 
 
 

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