La scimmia che vinse il Pulitzer

La scimmia che vinse il Pulitzer
È possibile che una scimmia vinca il Premio Pulitzer? A quanto pare sì. È solo un esempio dell’evoluzione del giornalismo, ormai totalmente nell’era digitale, adattato alle potenzialità della Rete, a concetti come condivisione, giornalismo dal basso e “cinguettii” vari. Si veda Twitter, ormai citato fino all’indigestione. La questione sullo stato del giornalismo, su leggi e categorie di interpretazione della realtà in continuo mutamento, sembra superata, ma si tratta di una convinzione probabilmente senza fondamenta. Le classiche schiere degli apocalittici e degli integrati sono finalmente d’accordo su un punto: non possiamo sottrarci a un cambiamento in atto, che, come accade sempre, porta con sé punti di forza e di debolezza, critiche ed esaltazioni. Il giornalista, come si intende nella sua definizione classica, non esiste più, ha  lasciato il posto a cronisti improvvisati, software che di umano hanno ben poco, ma che riescono a tener testa alle intelligenze dei più grandi professionisti di settore, a giornalisti che non sono più solo tali, ma devono possedere competenze ulteriori, conoscenze di informatica, di web design, di programmazione in genere. Devono essere flessibili, rispondere alle esigenze di “spettatori” spaventosamente attivi e critici. La famosa “piramide” dell’informazione si  è ribaltata: si è trasformata in una linea retta, caratterizzata da due direzioni opposte ma che si incontrano, in uno scambio che un certo Robin Good, guru del marketing, paragonerebbe alla sua “Share-wood”, foresta della condivisione. Il valore e l’attendibilità della notizia non sono più  elementi che dipendono dalla maggiore o minore autorevolezza del giornalista professionista, ma subiscono continue verifiche e arricchimenti. Precisione, velocità, intelligenza, partecipazione, trasparenza, libertà, bellezza, cambiamento: queste le parole chiave del nuovo giornalismo, quello del Web 2.0 o addirittura 3.0, quello de social network, delle piattaforme di condivisione, dell’iPad e di ogni elemento tecnologico che consenta un qualsiasi tipo di connessione e scambio. E mentre si parla di questo importante traguardo raggiunto dalla professione più affascinante ed erroneamente irraggiungibile ai più, essa è in continua scoperta, sempre in fieri, mai statica. Probabilmente anche queste parole saranno già obsolete…
Si parla tanto del giornalismo digitale, del giornalismo dal basso e di tutti i mutamenti, le scoperte e gli importanti fattori di cui si è arricchita questa professione. Sono in molti a proporre riflessioni e a lanciare una sfida: formulare previsioni per gli sviluppi futuri. Nicola Bruno e Raffaele Mastrolonardo con La scimmia che vinse il Pulitzer lo fanno in modo convincente, diverso dal solito e, se vogliamo, addirittura sconvolgente. Non fanno altro che raccontare delle storie, quelle di uomini e donne dalle grandi intuizioni, storie guidate dal caso, dalla fortuna o da qualsiasi altro elemento naturale. O “soprannaturale”, intendendo il termine con un sinonimo di “tecnologico”. Il viaggio attraverso le caratteristiche che il giornalismo ha assunto in questi anni e che, probabilmente, continuerà ad assumere, è piacevole, strutturato in alcuni punti, che corrispondono alle qualità (forse per qualcuno limiti) di una professione che è tutto fuorché statica. A ogni punto corrisponde una sorta di racconto affascinante. Ma la parola d’ordine è: “nessuna finzione”. Tutto quello che gli autori ci presentano, grazie al contributo dei protagonisti, è assolutamente vero, un anticipo degli sviluppi del giornalismo che solo oggi possiamo effettivamente appurare. Gli argomenti non sono scontati, come non è scontato il modo in cui gli autori li affrontano lanciando riflessioni e spunti. Leggiamo (e ci fa inorridire?) la storia della scimmia potenzialmente candidata al Pulitzer che dà il titolo al saggio, il racconto dell’Africa Open Source (chi l’avrebbe mai detto?), l’esaltazione della “bellezza” architettonica dei giornali, testate di carta rilette, reinterpretate, o meglio “ridisegnate” per emanare il loro (nuovo) valore aggiunto, quello dato dalla Rete e dalla fruizione su vari supporti multimediali. Passiamo attraverso la storia del tanto criticato Julian Assange e dei primi passi di Wikileaks. Per la serie: quando ancora non era famoso. E quando, aggiungiamo, non pensava di finire in un’aula di tribunale. Il saggio si conclude, come un cerchio, con la fantomatica figura del journo-hacker, ovvero colui che sa usare gli archivi on-line, estrapolare dati, sfruttarli per la propria missione: informare. Anche quando, ancora, la legge stenta a regolamentare dei cambiamenti radicali imposti dallo sviluppo della tecnologia, con la conseguente incontrollabilità di flussi infiniti di bit da una parte all’altra del mondo. Anche se il supporto che ospita una storia forse già passata non è esattamente uno di quelli “decantati” da Nicola Bruno e Rafaele Mastrolanardo (e gli autori lo ammettono promettendo una “rivincita”), ciò che risulta chiara è la mancata possibilità di catalogare alcuni episodi, se vogliamo dei fenomeni imprevisti e imprevedibili. Per i più coraggiosi, il futuro può riservarci solo grandi e apprezzabili sorprese. E non pensate di essere i soli che da bambini giocavano a fare i giornalisti. Niente più inviati. Tutto in Rete.

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