La scomparsa di Patò

La scomparsa di Patò

Sabato, 22 marzo 1890. “L’Araldo di Montelusa”, uno dei due giornali di Vigata, pubblica la notizia che il “Mortorio” rappresentato il pomeriggio precedente – per la prima volta dopo vent’anni sul palco eretto nella Piazza Grande, lungo la facciata del palazzo dei marchesi Curtò di Baucina di fronte alla Chiesa Madre, per generosa concessione del marchese Simone Curtò che ha messo a disposizione anche l’uso di quattro magazzini all’interno del cortile padronale da adibire a camerini per gli attori – è stato un grandissimo successo che ha richiamato molta gente dai paesi viciniori e ha visto la presenza di prestigiose autorità. Il titolo vero dell’opera scritta dal cavaliere Filippo Orioles è “Riscatto di Adamo nella morte di Gesù Cristo” e da cinque anni, tra tutti gli attori e le cento comparse, nel ruolo di Giuda si fa apprezzare in modo particolare il ragioniere Antonio Patò, Direttore della filiale locale della Banca di Trinacria, “benvoluto e stimato dai cittadini di Vigata i quali lo considerano uomo di grande rettitudine, di adamantina condotta e di pio sentire”. Giusto due giorni prima, al Questore di Montelusa è arrivato un dispaccio che informava di come l’uomo fosse stato aggredito nel suo ufficio da un commerciante in cereali, tale Ciaramiddaro Gerlando, che si era sentito rifiutare la dilazione per la restituzione di un prestito. Ma Patò è un uomo di animo generoso e ha deciso di non sporgere denuncia, nonostante la minaccia ricevuta: “Ora ti fazzu suffriri iu, grannissimu curnutu!” La gente aspetta il Mortorio con eccitazione e si immedesima a tal punto durante la rappresentazione da ricoprire di minacce e insulti il ragioniere nei panni di Giuda, che stavolta è stato persino sfiorato da un coltello gettatogli contro. Il momento più entusiasmante è quello in cui Giuda, col cappio in mano sul luogo deputato al suicidio, lega la corda ad un finto albero e “disperato evocava il Dimonio acciocché la terra gli si aprisse sotto i piedi”; a quel punto una botola gli si apre davvero sotto i piedi e il traditore precipita di sotto. Il 21 marzo 1890 “la scena della sua impiccagione, con il successivo sprofondare sottoterra, è stata accolta da un subisso di applausi. Le Autorità presenti si sono molto compiaciute per l’elevato spettacolo” – racconta l’Araldo il giorno dopo. Ma stavolta è successo qualcosa di diverso. All’alba del giorno 22, la signora Magnifico Elisabetta maritata Patò si reca dal Delegato di Pubblica Sicurezza Ernesto Bellavia per denunciare la scomparsa del marito. Dopo la rappresentazione, infatti, non è salito sul palco a ringraziare e, a quanto pare, non è tornato a casa e – si scoprirà – nel camerino non vengono rinvenuti né i suoi abiti né quelli di scena. Si comincia quindi ad aver notizia di messaggi anonimi scritti con i ritagli di giornale, del tipo “Tu che fai la parte di Giuda sei peggio di lui”. La Domenica di Pasqua, la mattina del 23, appare una scritta murale: “ Murì Patò o s’ammucciò?”. Tra i dissidi fra gli inquirenti che rallentano le indagini, lettere ufficiali, dispacci, biglietti anonimi, articoli di giornali rivali, ha inizio la vicenda inestricabile della scomparsa del ragioniere Patò. Storia di corna? Fuga d’amore? Questioni di mafia? Tutti si domandano che fine abbia fatto; come scrive un cantastorie ambulante a conclusione di una filastrocca: “Giuda murì / Patò spirì / Spirì Patò / Cu l’ammazzò? / Quantu patì? / E po’: pirchì / Patò spirò?”...

Pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 2000, nel 2018 La scomparsa di Patò arricchisce finalmente il catalogo Sellerio. Nella nota finale Andrea Camilleri racconta di avere già scritto brevemente dello stesso episodio su “L’Almanacco dell’Altana 2000” e anche sul quotidiano “La Stampa”; “ma siccome però la storia continuava a maceriarmi dentro” dice di aver poi deciso di ampliarla – inventandosi rigorosamente tutto – fino a scrivere questo divertentissimo romanzo che definisce “dossier”. La storia, infatti, non ha una voce narrante ma prende forma attraverso articoli di giornale, lettere scritte a mano o dattilografate, biglietti anonimi, documenti ufficiali timbrati, ma anche pizzini e scritte murali. Si tratta di una forma originale abbastanza difficile – perché, nonostante la polifonia degli elementi e la loro eterogeneità, riesce a mantenere una certa linearità narrativa che crea un intreccio – già utilizzata in precedenza da Camilleri, per esempio ne La concessione del telefono del 1998. Più volte il vecchio cantastorie ci ha confessato che le sue storie, soprattutto quelle dei romanzi “storici” che non appartengono alla serie di Montalbano, nascono sempre da suggestioni anche minime raccolte più o meno per caso da altri libri, vecchi documenti, brevissime notizie lette qua e là. Questo libro non fa eccezione e l’autore riporta all’inizio le poche righe tratte da A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia, che raccontano un fatto realmente accaduto nel 1919, quando durante la recita della Passione di Cristo del cavalier D’Orioles Antonio Patò che interpretava Giuda, a differenza di quello che era successo un centinaio di altre volte tra prove e recite, dopo essere caduto puntualmente nella botola non era più stato ritrovato. Da allora “il fatto era passato in proverbio, a indicare misteriose scomparizioni di persone o di oggetti”, dice ancora Sciascia. Per narrare la storia nata intorno a questa notizia, Andrea Camilleri crea una specie di alter ego omonimo ottocentesco che ogni tanto fa capolino e che dice di essersi trovato ad ordinare documenti trovati in un faldone, riportati poi nel libro; di lui si viene a sapere poco, che ha tre figlie, vive a Vigata ed è così erudito da sentire il bisogno di scusarsi con i lettori per peccare di eccessiva pignoleria. Il romanzo, però, nonostante la chiave comica, parla anche di intrecci tra mafia e politica, di malcostume, di corruzione, di rivalità non solo tra due giornali, “L’Araldo di Montelusa” e la “Gazzetta dell’isola”, che si insultano e si accusano a vicenda, ma anche tra gli uomini della Pubblica Sicurezza e i Reali Carabinieri, talmente in competizione da scambiarsi melliflue minacce e ostacolarsi a vicenda, ritardando colpevolmente le indagini. Quanto sono cambiate oggi le cose? – sembra chiederci sornione il Maestro. Assai apprezzabile, inoltre, lo spaccato della Sicilia di fine Ottocento che emerge dalla lettura. Nel puzzle che il lettore si trova a ricomporre per scoprire che fine abbia fatto lo scomparso Patò – tra le varie teorie ne appare persino una di un bislacco inglese che sostiene sia caduto in una frattura del continuum spazio temporale per poi finire in un’altra epoca! -, il divertimento è assicurato da una lettura a tratti davvero esilarante, soprattutto grazie alla mescolanza tra arcaismi e il tipico registro linguistico usato da Camilleri, spesso irriverente e colorito. Da questo, che da molti è considerato uno dei romanzi più belli dell’autore girgentino, è stato tratto un film omonimo del 2010 uscito nel 2012 per la regia di Rocco Mortelliti con, tra gli altri, Nino Frassica, Neri Marcorè, Flavio Bucci, Maurizio Casagrande, Manlio Dovì. All’epoca qualche giornale ha scritto che se Pirandello fosse stato uno scrittore di gialli avrebbe scritto Il Fu Mattia Pascal nello stile di questo romanzo, trovando molti punti di congruenza tra lo scrittore e il drammaturgo. Un bel complimento certamente per autore e romanzo, un ulteriore motivo per consigliarne la lettura.



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