La scopa del sistema

La scopa del sistema

Futuro prossimo. Lenore Beadsman abita a East Corinth, una cittadina nei dintorni di Cleveland progettata e costruita da suo nonno Stonecipher Beadsman II, scomparso prematuramente negli anni ’70 dopo esser precipitato in un vascone di pappa prodotta dalla sua azienda di alimenti per l’infanzia Stonecipheco. Il profilo di East Corinth è modellato sulle fattezze di Jayne Mansfield, diva hollywoodiana degli anni ’50 della quale Stonecipher Beadsman II era pazzamente infatuato, e questo spiega la tortuosità della strada che Lenore percorre ogni giorno per andare al lavoro a Cleveland. Nonostante potesse avere un comodo e ben remunerato impiego presso l’azienda paterna, la ragazza ha scelto di lavorare come centralinista per l’oscura casa editrice Frequent & Vigorous. Uno dei due soci dell’azienda, Rick Vigorous, è da qualche tempo l’amante di Lenore, malgrado abbia diciotto anni più di lei, moglie e figli. I due - che prima avevano rapporti solo professionali e molto distratti - si sono scoperti vicendevolmente nella sala d’attesa del buffo psicanalista che hanno in comune. Rick è perdutamente innamorato, forse troppo, tanto che con lei soffre di una terribile eiaculatio precox ed è costretto a farle passare il tempo a letto raccontandole bizzarre favole anziché impegnandola nei vigorosi amplessi che gli ispirerebbe. Una mattina, prima di andare al lavoro, Lenore riceve una telefonata preoccupante dal direttore della casa di riposo nella quale è ricoverata la sua bisnonna, sua omonima: la simpatica vecchietta è scomparsa inspiegabilmente, e con lei alcune decine di altri pazienti e infermieri. La misteriosa vicenda per Lenore è l’occasione per ripercorrere con i ricordi l’intricata storia della sua famiglia e dei suoi guai, mentre Rick riflette vorticosamente sul suo amore per la sinuosa centralinista...

Il romanzo d’esordio di Daniel Foster Wallace, uscito nel 1987 (e in Italia col consueto colpevolissimo ritardo) quando lo scrittore aveva solo 24 anni ed era un neolaureato qualsiasi dell’Amherst College, si inserisce mirabilmente nella corrente letteraria che ha contribuito a ridefinire il panorama editoriale statunitense tra gli anni ’80 e i ’90, quella per intenderci dei vari Don DeLillo, Thomas Pynchon e compagnia bella che abitualmente viene definita postmodernismo. Ma il riferimento più evidente della frizzante commedia di Wallace mi pare essere Kurt Vonnegut jr., anche e soprattutto per la vena fantascientifica che pervade il romanzo, ambientato in un 1990 che il giovane scrittore immagina affollato di utilitarie compatte della Mattel, punteggiato da deserti artificiali (questo dell’Ohio addirittura di sabbia nera!) che stimolino nel pubblico il senso della frontiera ormai sopito e rallegrato da programmi televisivi demenziali che però lanciano giochi di società dal gusto un po’ vintage diffusi capillarmente nella popolazione. La grande trovata di Daniel Foster Wallace è lasciare il mistero attorno al quale ruota tutto il plot - la scomparsa di bisnonna Lenore - del tutto insoluto, ma al tempo stesso di utilizzarlo come spina dorsale dell’intera vicenda e come specchio per tutti i personaggi, davvero una coloratissima galleria di tipi che sembrano presi di peso dal vaudeville più bislacco. Il fascino del libro e della ridondante scrittura di Wallace - ricchissima di nonsense, giochi di parole, riferimenti incrociati e citazioni - sta nella sua esuberanza da cartoon Looney Tunes, tanto che durante la lettura sembra di sentire in sottofondo una colonna sonora zeppa di suoni onomatopeici tipo boing! gulp! crash!. Il che, peraltro, dona leggerezza a un romanzo ponderoso e pretenzioso anzicheno. Ambizione e immaginazione.



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