La scordanza

La scordanza
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Non è come al Nord, dove le donne si riuniscono nei gruppi di autocoscienza e si emancipano dalle briglie dei maschi prepotenti, capendo il valore di sé e coltivando la propria dignità. A Muggera, piccolo paesino nel fosso del Meridione, chi nasce femmina sconta la pena di esistere in disparte, con lo sguardo chino, con il cuore timoroso, imparando a essere prima la figlia, poi la moglie e infine la madre. Caterina questa lezione la conosce bene. Gliel’ha tramandata Eufemia, austera e severa matrona, impegnata a osservare che ogni cosa proceda come sempre, senza mutamenti, nelle cadenze del rosario, tra le formule contro il malocchio, i decotti della fortuna, la fatica rassegnata. I giorni scorrono fermi tra quattro mura a subire Antonio, un marito disattento e molesto, a prendersi cura dei bambini: Francesco, che le prosciuga il latte e il sonno, Eustachio che le sta azzaccato in cerca d’affetto e conferme. Una casa di proprietà, un’auto lustra, un impiego da operaia nel maglificio della Singer. Cosa potrebbe desiderare di più Caterina? Nulla, secondo la sua famiglia, secondo il mondo dell’intransigente Sud. Finché i suoi occhi non incrociano quelli maledetti di Nadir, l’uomo selvaggio e rozzo che le offre il desiderio di fuggire, la curiosità di oltrepassare la “fiumara” del prima e del dopo, del dentro e del fuori. Della morte oppure di un’altra vita...

Ne è passato di tempo da Non dire madre, la raccolta di racconti con cui Dora Albanese, grazie ad Hacca, ha esordito nel 2009. Con La scordanza, attirando l’attenzione di una major editoriale come Rizzoli ci regala l’atteso balzo nel romanzo. Nella scheda di lettura che accompagna il volume in redazione si legge una segnalazione che sottolinea il particolare talento di questa autrice, da tenere sott’occhio... L’ho firmata io stessa, recensendo la sua opera prima. Una scrittura originale illumina le pagine, in cui si sgranano storie abitate da figure femminili che spiccano per potenza espressiva. La maternità nel suo essere più profondo e incompreso viene sviscerata con la complicità di straordinari rimandi alla terra, luogo letterario e concreto, condensato di arcaicità e simbolo di contraddizione, origine e radice. Le madri del Sud rivelate da Dora Albanese sono colme di un lirismo pittorico, persino sacro e arricchiscono le peculiarità di una produzione narrativa ‒ di cui ho avuto modo di parlare ampiamente nel mio saggio Le ragazze della scrittura ‒ che trovo estremamente notevole in scrittrici contemporanee come Celico, Postorino, Giaquinto, non esenti dalla tradizione di altre “madri”, una per tutte Deledda. La scordanza conferma la bravura di Dora Albanese e indica una maturità stilistica apprezzabile. Il personaggio di Caterina erompe nella sua diversità e marca da parte della musa lucana una scelta coraggiosa, per certi versi azzardata. Sola contro tutti, in nome della propria libertà, la protagonista abbandona la famiglia, la prole e soprattutto se stessa, con la vaga e pungolante speranza di ritrovarsi e rinascere, senza rimpianti, con qualche rimorso presto strozzato. Caterina è per eccellenza l’anti-stereotipo. Una madre degenere, una donna irrisolta, una femmina perduta. Un personaggio, appunto, che procura fastidio, distanza, irritazione. Di solito per la legge del contrappunto dell’universalità siamo indotti a riconoscerci dentro l’animo altrui, così da ricomporre l’epos della nostra storia intima. Con Caterina è una sfida empatizzare, com-patire. Ciò che manca intorno a lei è il sentimento della pietas, il medesimo che ci irrora nel libro del debutto. Il passo è irreversibilmente cambiato. Assistiamo alla recisione del cordone ombelicale con le matrie lettere, con il Sud che è gabbia, ma anche grembo, con le sue “figlie” disperate e vinte, poi fiere, capaci di scenari ribelli oltre l’orizzonte visibile. Dora Albanese decide di proporci un modello femminile nettamente scomodo, con il quale è tuttavia inevitabile fare i conti. Perché Caterina sguscia dallo scrigno dei volti antichi e moderni partoriti dalla scrittura delle donne di eri e di oggi, mostrandosi nuda e cruda, quale è la realtà più inclemente. E di questo complesso prototipo di donna in fuga, che si sente dannata, ma non chiede salvezza, incuriosisce, anzi urge scoprire il seguito, la sorte. Magari nel prossimo romanzo.



 

 

 

 
 
 
 

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