La scuola cattolica

La scuola cattolica

“Questa storia ne comprende altre. È inevitabile. Si ramifica o è già ramificata al momento in cui si apre. Si sovrappone come succede alla vita delle persone. Non si può dire dove comincino e dove finiscano, queste vite e queste persone (…)”. Cammina per le strade del quartiere di Roma in cui è nato e cresciuto, Edoardo Albinati, ripromettendosi ogni anno di partecipare alla messa di Natale della sua vecchia scuola, il San Leone Magno, istituto privato a indirizzo religioso all’epoca solo maschile, in cui si è fisicamente e moralmente “formato”. Tra quelle mura, in quella piscina, insieme al suo amico Arbus (“così magro che la vista dei tuoi gomiti quando fingevi di giocare a pallavolo (…) dava i brividi”) e al professor Cosmo, Albinati ha assistito alla definizione di un io individuale e collettivo. Lo stesso io che portò tre ragazzi (due della stessa scuola, uno dello stesso quartiere) a compiere uno degli omicidi più sconvolgenti dell’epoca, il massacro del Circeo. Era il 29 settembre del 1975 e due ragazze (D.C. e R.L.) accettarono l’invito da parte di Angelo e Subdued (il nome di quest’ultimo è di fantasia) a partecipare a una festa nella villa al mare di un loro amico. Il giorno dopo R.L sarà ritrovata morta nel cofano della 127 di uno dei ragazzi, insieme a D.C. miracolosamente ancora viva. Nel 2005, Albinati decide di scrivere un romanzo che in qualche modo possa “contenere” quel delitto. Contenere nel senso di dare una cornice temporale, spaziale, morale all’ambiente in cui quell’evento maturò…

Ne avete sentito parlare, è ovvio. Ma quello che vi è capitato o vi capiterà di leggere su La scuola cattolica potrebbe essere distorto dal “bias” della lettura parziale o addirittura della non lettura. Cosa che accade nella norma con i libri brevi, figuriamoci con quelli che sfiorano le 1300 pagine. Dieci anni per essere scritto, il libro richiede uno sforzo considerevole anche per essere letto: l’assenza di trama rende il procedere un atto di volontà. E lo sa lo stesso Albinati, che spesso in chiusura di capitolo ricorre all’appello al lettore (Dante vi dice qualcosa?) per dissuaderlo a proseguire, o invitandolo a saltare capitoli, o a continuare ma solo se… “avrete la pazienza”. Tentiamo quindi di sgombrare il campo se non dalle recensioni a dir poco benevole di critica & colleghi, almeno dalle informazioni ingannevoli in cui chi scrive la recensione si è già imbattuta: no, il libro di Albinati non è un libro sul delitto del Circeo. Non è neanche propriamente un romanzo, o meglio, non è un’opera narrativa di fiction ‒ perché come dicevamo non vi è rintracciabile alcuna trama propriamente detta ‒ e non è un libro sulla “mala-educazione” cattolica. Il romanzo di Albinati è un lungo memoir, con una struttura primo novecentesca, una confessione/riflessione di un uomo di 60 anni sulla sua educazione, formazione e appartenenza di specie, genere, classe e condizione in quanto maschio, borghese, cattolico durante gli anni ’70 in Italia. Ecco: il peso maggiore di questo libro si deve attribuire alle interminabili digressioni argomentative sulla costruzione dell’identità maschile (e sessuale) e sulla borghesia italiana in uno dei suoi momenti di crisi maggiore, quando al suo interno cominciarono a manifestarsi quelle forze centrifughe che ne avrebbero incrinato lo scheletro (o l’esoscheletro, come lo definisce Albinati stesso) attraverso la violenza (politica e privata). Il massacro del Circeo, miserabile simbolo della violenza dei rapporti di classe, avrebbe quindi il ruolo di baricentro, nucleo gravitazionale intorno al quale dovrebbero convergere tutte le propaggini del romanzo. Dovrebbero. Lo stile e l’andamento della scrittura ricalcano fedelmente la lenta e digressiva stesura: il ritmo non vi prende parte, è estraneo ad essa o è talmente lento da non essere rilevato. A rendere troppo monocorde il trattato di Albinati è anche lo sguardo rivolto perennemente all’interno (di una casa, di un quartiere, di quest’uomo che narra), l’attenzione esclusiva per le sole componenti sovrastrutturali della società, l’inespugnabile senso di colpa ‒ questo sì di origine distintamente cattolica ‒ a volte dichiarato, altre riconoscibile in filigrana, forse in cerca dell’assoluzione definitiva. Da cosa? Da tutto. Ma se pensassimo, avvicinandoci forse alla realtà, che Albinati ha voluto aderire con questa forma al contenuto allora sì, questo è uno dei più grandi romanzi “borghesi” italiani da Moravia in poi. Resta tuttavia il confronto con le pagine in cui è riconoscibile la narrazione pura: un confronto stridente, di materia non amalgamata, che finisce per conferire il valore di perla narrativa grezza a quel ragazzo pieno di brufoli e genialità che risponde al nome di Arbus e che ci lascia con un interrogativo che sa di occasione persa: come sarebbe stato La scuola cattolica se l’avesse scritto lui?



 

 

 
 
 
 

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