La scuola s'è rotta

La scuola s'è rotta
Se potessimo semplicemente scrivere. Se tutte le lettere arrivassero a destinazione, senza fare giri immensi e misteriosi. Se i destinatari, soprattutto quelli “illustri”, potessero ricevere le nostre lettere, con la promessa di leggerle senza filtri di nessun genere, cosa accadrebbe? È la domanda che si pone il lettore che ha tra le mani il libro di Mila Spicola, laurea in Architettura, fortunata insegnante di ruolo in una scuola della periferia palermitana. Fortunata perché, nell’Italia di oggi, avere una cattedra è una fortuna. Ma è una scuola difficile quella della periferia, una scuola nella quale spesso i ragazzi vagano per i corridoi con la sedia sotto il braccio, alla ricerca di un’aula senza vetri rotti. Un'aula non troppo affollata. Un’aula asciutta, che non piova dentro e nella quale funzionino i riscaldamenti quando fuori si gela. Dati alla mano, la professoressa Spicoli, a colpi di lettere, valorizza il ruolo inestimabile degli insegnanti nell’Italia della Gelmini e di Tremonti. Iniziando dalla lettera “La parola ai maestri”, un’emozionante missiva a Don Lorenzo Milani, con paragoni tra passato e presente. Non solo parole in realtà, ma emozioni su carta. Rabbia. Umiliazione. Per proseguire con la lettera “I tagli del boscaiolo cieco”, un testo intelligente, con dei destinatari noti, il ministro dell’Economia e per conoscenza il ministro della Pubblica istruzione. Scritta con sottile ironia, priva di insulti ma ricca di verità. Segue “In difesa del ruolo”, lettera indirizzata a un’amica avvocato, ma dedicata a tutti coloro - amici e non - che circondano gli insegnanti e criticano senza sapere, senza informazioni. Che si permettono di sostenere le leggi imposte senza “studiare”, come pecore che vanno tutte nella stessa direzione. Ci sono lettere indirizzate al primo e all’ultimo della classe. La Spicoli si sfoga in modo costruttivo di un’ingiustizia che manda al macello intere famiglie...
La scuola s’è rotta è la voce silenziosa di molti insegnanti. Gli insegnanti che lottano ogni giorno per un diritto: lavorare. Quando chiudono le fabbriche si lotta. Si tifa per gli operai. Per i padri di famiglia che perdono il lavoro. Se a perdere il lavoro è invece un padre di famiglia o madre di famiglia insegnante è giusto? Sì, è giusto così perché sentenziamo che gli insegnanti sono tutti dei fannulloni. Condannati senza possibilità di appello. Chi non ha la fortuna economica di iscrivere i propri figli alle scuole private – finanziate dallo Stato (!!) - dovrà accontentarsi di vedere il proprio figlio ammassato in aule con trenta alunni, dove i più bravi vanno avanti e quelli che hanno difficoltà vengono abbandonati a loro stessi. Lettere che racchiudono tutta l’amarezza dell’essere dei lavoratori disprezzati, invisibili e invidiati della società. Invidiati poi di cosa? Per i due famosi mesi di ferie? La maggior parte degli insegnanti le ferie non le ha. Perché la maggior parte degli insegnanti è assunto per fare il tappabuchi. Disprezzati perché la maggior parte della popolazione non conosce bene la condizione degli insegnanti oggi ma spesso, molto spesso, passa la sua giornata a giudicarne il lavoro. In primis una serie di ministri poco preparati e pronti solo ad effettuare tagli. Tagliare su tutto tranne che sui propri stipendi. Ma tagliare sull’istruzione, sulla cultura è un po’ come tagliare il nostro futuro, o meglio quello dei nostri bambini e ragazzi. Un futuro incerto. Apocalittico. Avranno pensato bene i politici di onorare la famosa profezia Maya sul 2010 domandandosi “Perché investire sul futuro se un futuro non c’è?”.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER