La seconda persona

La seconda persona

Una madre e un figlio che si interroga circa la madre. Difficile comprendere la propria madre nella sua giovinezza e prima della propria nascita. I suoi ricordi, quelli che racconta ai propri figli, non hanno mai uno svolgimento lineare e omogeneo ma sono sempre simili a “una storia che non arriva tutta insieme, ma che si avvicina per giri larghissimi, si perde in distorsioni, si apre come una ferita”. La madre in questione aveva un sussidiario cui era molto affezionata e soleva ascoltare Luigi Tenco, la cui voce “rauca e tenera” era per lei seducente e impregnata di “dolore e bellezza”. Una voce, ci racconta il figlio, che “scende su tutto, e la sostanza delle cose si fa porosa”… 
La seconda persona di Demetrio Paolin conferma l’elevato grado di qualità offerto dalla casa editrice Transeuropa, sempre accorta nel selezionare opere di autentico talento letterario che, in modi e generi diversi, si distaccano sempre dalla mediocrità generalista offerta da molti (forse troppi) editori italiani. Paolin ha il dono della parola, un comando rigoroso sulla prosa e sul ritmo al quale è in grado di associare la creazione di immagini poetiche e originali, frutto di autentica e facilmente percepibile ispirazione, e di perfetta aderenza con la propria coscienza. La seconda persona si compone di due racconti iniziali, a formare un dittico, e di altri due racconti che chiudono la raccolta. Il primo racconto, “Appunti per una giovinezza”,  sviscera il rapporto tra un figlio e sua madre, attraverso l’elaborazione del ricordo, mentre il secondo racconto, “Fabbrica”, sviluppa il rapporto e il dialogo tra due fratelli, alla luce della scomparsa del padre e delle vicende  a questa anteriori. Si tratta di temi universali e complessi, di concetti estremamente difficili da districare senza incappare nel luogo comune, nella prosa didascalica o enfatica. Al contrario, quella di Paolin è una prosa spiccatamente poetica che, tuttavia, non cede mai al sentimentalismo (talvolta presentando anche immagini di notevole, seppur poetica, crudezza) e che ci dimostra come certi argomenti (gli inafferrabili e potenti legami familiari) siano inesauribili e si possano approcciare con una serie infinita di modalità. Se scaturiti da un’ispirazione reale, e se ricreati con la giusta attenzione per la forma più mimetica con il loro significato, tali argomenti  dimostrano  di poter comunicare anche al nostro profondo, arricchendo anche la nostra esperienza personale. In questa impresa, Paolin ha scelto di utilizzare la tecnica della seconda persona (da qui il titolo), ossia di abbandonare la narrazione più intimistica dell’io come pure quella più distaccata e onnisciente della terza persona (nonostante le molteplici variazioni che ogni tecnica offre). Il “tu” di Paolini, quel narratore che è anche interlocutore di se stesso, una voce narrante che è sia personale sia estranea, serve a distaccare l’esperienza senza renderla asettica: è un continuo e tenace atto di coraggio, un confronto con la propria coscienza  e con il nucleo delle proprie emozioni che, come la voce di Tenco, rende “porosa” tutta l’esperienza narrata e ri-vissuta: “Tu non parli mai veramente con nessuno. Tu sei un altro, l’altro te: il fantasma, quello che nutre le parole, che tradisce e scopa con chiunque, che piange e muore ogni volta […] Tu sei il compagno grigio pallido come l’inverno sfinito, quello violento, colui che non ama teneramente, ma possiede, che impone il suo seme alla gente, che lo espone alla terra”.

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