La semimbecille e altre storie

La semimbecille e altre storie

“La Maria F. è una donnina di piccola statura, angolosa, con ossa minute e di sviluppo scheletrico deficiente. La sua fisionomia non esprime nulla. I suoi muscoli sono poco sviluppati e flaccidi, le mammelle quasi scomparse, ed il ventre un po’ voluminoso e cascante con evidentissime tracce delle gravidanze pregresse. Il corpo pesa cinquanta chilogrammi”. È il 12 agosto del 1892: nell’ospedale psichiatrico di San Benedetto in Pesaro viene ammessa Maria Ferri in Magnanini di Sassocorvaro, a seguito dell’omicidio del suocero a colpi di “lasagnolo” e del tentativo di gettare nel forno i due suoi figlioli. Le parole che definiscono il corpo di Maria tramite esame somatico sono quelle del dottor Giuseppe Piazzi, autore della perizia medico-legale che andò a comporre un profilo di “semimbecillità” per Maria, conducendola così, tramite esami trattamenti invasioni corporali, verso un numero, il 2513, un corpo sempre più vessato, scatti irosi sempre più controllati, graduale scomparsa crescente demenza e inoperosa improduttività, fino alla morte per enterite tubercolare l’11 marzo del 1921 (usuale deperimento, essendo la tubercolosi di tipo enterico diffusa negli alienati i quali apparati intestinali venivano sottoposti a frequenti stress a causa dell’uso costante dei purganti). Semplice figlia di contadini marchigiani, insolitamente instabili di carattere in una regione di cui i regionalisti affermano la mitezza dei tipi, Maria F. è per Piazzi priva di senso morale, incapace di dare lettura del desiderio del suocero nei suoi confronti (traduci: violenza), agitata e per fatalità di legge biologica irosa, affetta da mania impulsiva, folle dunque da correggere in quanto potenziale di nocività sociale, devianza pericolosa per l’organismo sociale. S’impone la correzione, lo studio della devianza, l’invaderne il corpo…

Bisogna ridare parola alla Maria F. del 1890 come a Maria, Titina, Peppino e Liliana che Stefania Ferraro incontra oggi nei luoghi dei Senza Fissa Dimora a Napoli, durante il lavoro di ricerca intorno a un’etnografia sociale. Marginali vite in difficoltà di vivere, devianze e inadeguatezza. Applicando il metodo archeologico sulle tracce feconde del lavoro /movimento di pensiero di Michel Foucault, Ferraro mette sotto esame il modello della perizia medico-legale quale documento in cui si manifesta un discorso di verità, scientifico-tecnico, che vuole stabilire i criteri di sicurezza e benessere del corpo sociale, e individuare quali siano i potenziali nocivi da contenere, correggere, limitare. Il discorso si afferma nel momento in cui la follia acquista nome, passando da un regime di colpa e punizione al regime di contenzione, sorveglianza, alienazione. Il linguaggio si fa sostanza, si fa ideologia del sano contro il folle, il senza morale, il carattere mostruoso, inadeguato ai canoni della società, approccio medico-legale intriso di positivismo lombrosiano e darwinismo sociale. Maria Ferri nelle pagine del saggio diventa Maria F., poi n.2513, smarrita nelle stanze e nei corridoi del manicomio di San Benedetto. Alienata tra gli alienati, mentre relazioni di potere, discorsive e coercitive, agiscono sui loro corpi. D’estremo interesse è ridare parola a Maria, come spostare il punto di vista dalla parte degli oppressi, ai margini, per mettere a fuoco il modo in cui si sono sviluppate certe dinamiche esclusive della nostra società: come la devianza ci restituisca lo sguardo sul potere capillare diffuso del discorso medico-scientifico, la psichiatria colta nell’atto di riscrivere vite secondo i canoni della patologia mentale. Una ricerca effettuata sui luoghi, sulle storie, sui volti, inseguita tra i senza fissa dimora a Napoli come tra i vecchi sulle panchine a Sassocorvaro chiedendo di Maria F., evidenziando come, nel corso degli anni, “il governo delle popolazioni – separando il sano dal folle, l'onesto dal delinquente – abbia prodotto interventi in termini di welfare state, che se un tempo assolvevano alla funzione civilizzatrice del corpo sociale, oggi agiscono in maniera selettiva e producono principi di responsabilizzazione del singolo, per cui il povero non folle deve, in maniera responsabile, lavorare e produrre a ogni costo”. La parola di Maria F. ci riguarda molto, molto da vicino.



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