La separazione del maschio

La separazione del maschio

Il “maschio” è un quarantenne come tanti: padre affettuoso, marito presente, attento esecutore di un mestiere che fa da anni con dedizione (monta film per importanti registi), vive una vita normale e, all’apparenza, felice. Nella realtà, è un poligamo seriale: ha decine di amanti, storie che durano da anni, avventure di una notte, percorsi paralleli che si trasformano in consuetudine. Intrattiene relazioni con Valeria, la migliore amica di sua moglie (da nove anni), con Francesca, sua collaboratrice al montaggio (da quasi tre anni), con Silvia, un affermato architetto, (da un anno e mezzo), con Monica, ventenne, sua ex allieva del Centro Sperimentale, (da pochi mesi), e vanta una lista sconsiderata di altre occasionali conquiste. Tutto sembra perfetto e sotto controllo fino a quando sua moglie, Teresa, decide di lasciare la casa coniugale. Il protagonista pensa subito alla ovvia scoperta di qualche sua malefatta, si interroga di fronte ai silenzi della compagna e vede pian piano sgretolarsi l’unica certezza che non avrebbe mai voluto perdere. Il lavoro non gli dà le soddisfazioni sperate e quando, dopo sei giorni, Teresa ritorna, scopre che le cose non sono esattamente come credeva. La coppia è in crisi, comincia il periodo delle discussioni, delle recriminazioni; Beatrice, la figlia, soffre e somatizza con comportamenti che la trasformano progressivamente in una bambina problematica. La malattia della madre di Teresa da occasione per un ultimo, insperato ravvicinamento si rivela, al contrario, il momento cruciale per la resa dei conti fra i due coniugi...
Il “maschio” del titolo è affetto da una poligamia congenita e insaziabile. Fondamentalmente nevrotico, istintivo, passionale, ama sua moglie, la desidera, lotta per non perderla ma non riesce in alcun modo a rinunciare alle altre. Seleziona, certo, sulla base di criteri personali, seppur tipici di un immaginario erotico quasi primordiale, e con frenesia, prende. Tutto. Non ha sensi di colpa (“come se qualcuno si fosse dimenticato di mettere nell’impasto dei suoi composti genetici quella piccola vite”), anche perché da sempre si definisce “l’uomo senza inconscio”: fa quello che vuole, quando lo vuole e sopravvive, in equilibrio sul proprio mondo, stimolante, pieno, realizzato. Insomma roba da finirci in clinica (sexually addicted, direbbero in America, dove di queste cose se ne intendono), invece il nostro “maschio” non solo non si sente un malato, ma anzi rivendica con orgoglio il diritto di vivere la propria vita, rimanendo fedele alle sue più naturali pulsioni. Il confine tra omissione e colpa, tra occultamento e illecito è flebile, quasi inesistente, così come la linea d’ombra che separa il sogno dalla realtà, un coma etilico da una lucida coscienza. I piani sequenza si confondono. L’ossessione finisce per rendere il protagonista schiavo di un incastro a volte assai poco perfetto, di una girandola di evoluzioni che lo esalta ma lo priva anche del giusto senso della misura. La sua separazione va intesa come molteplice: l’allontanamento dalla moglie, la rinuncia al ruolo di padre, la scissione interiore e la frammentazione della propria unità di maschio con valori, socialità e morale. La sintesi è impossibile, tutto si sfilaccia in un mare magnum sentimentale che prende avvio, spinta e trazione dal desiderio e finisce per tracimare nel patologico. In questa frenesia votata al fallimento, Beatrice lo calma, lo migliora, lo responsabilizza e rimane l’unico punto di contatto concreto con un mondo che, pian piano, si trasfigura e perde di consistenza. Il sesso è presente spesso ma non è mai volgare; resta sincero, schietto, volutamente esplicito ma non scandalizza. Piccolo non usa parafrasi o figure retoriche, adotta un erotismo che, a volte, si compiace un po’ di sé, volutamente sottolineando gli estremi di passioni amorose compulsive, ma rende alla perfezione il senso della maschera che il protagonista indossa ogni giorno. Anche lo stile, a tratti ripetitivo e avvitato intorno agli stessi concetti, incarna una schizofrenia di fondo: lui, il maschio, gira intorno ai pensieri di sempre, alla perenne paura di essere scoperto, nonostante tutto, avvinto dall’eccitazione di poter continuare così per sempre. Al di là del sentirci più o meno solidali con lui, non possiamo non riconoscergli una saggia lucidità: il suo non è un amore fallito solo perché fatto di “distrazioni, di egoismi e di delusioni”. Il suo è solo un amore vero, rodiato dal bene e dal male, dalla rabbia, dalla felicità e dal dolore, capace di cambiare di misura, intensità, proporzioni, imperfetto, quindi umano. E’ una vita mossa, imprevedibile, scoscesa come un altopiano, agitata come una barca in mezzo a una tempesta, incapace di aspirare alla perfezione (perché quella in un “amore vero” non la si trova davvero mai!). Ma Francesco Piccolo è anche bravo a stemperare la tensione. Ci trasmette la capacità, già riconosciutagli ne “L’Italia spensierata”, di saper cogliere alcuni delicati squarci di costume nostrano. Torniamo bambini nella memoria che riconosce la malinconica musichetta dell’Almanacco del giorno dopo, sulla pelle “imbrufolita” che cerca conforto nell’imperituro Topexan, tiriamo calci ad un super santos arancione, sorridiamo di fronte alle pennellate di un paese che sembra lontanissimo ma che ci appare orgogliosamente sempre lo stesso. Affascinante e sapiente anche il doppio binario narrativo che affianca la vita vissuta a spezzoni cinematografici che hanno fatto la storia: da Kramer contro Kramer, a Rosemary’s Baby, fino ad arrivare a Cast Away o a Il voto è segreto, ogni pellicola arricchisce di nuovo senso e riconosciute simmetrie l’esperienza personale del protagonista. L’autore racconta la storia di una banale moltiplicazione di ruoli, ma costringe tutti a riconoscersi da qualche parte della trama. Usa parole forti perché sa bene che solo la verità ha quella potenza e quel fragore. E’ forse il motivo per cui, finito di leggere il suo libro, ci sentiamo un po’ meno eroici, molto più semplicemente, normali avanguardie di piccole e ordinarie meschinerie. “Nulla è più complicato della sincerità” in fondo Pirandello l’aveva capito già, e molto prima di noi.

 

 

 
 
 
 
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