La settima croce

La settima croce
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1936, Germania nazista. È successo qualcosa, Anton Greiner ne è convinto. Si sente nell’aria ed è qualcosa di grosso, qualcosa che riguarda il vicino campo di concentramento di Westhofen. Sette uomini sono fuggiti nella notte, eludendo la sorveglianza a cui erano sottoposti. La notizia si diffonde di bocca in bocca, e Franz comincia a sperare che fra gli evasi ci sia il suo amico fraterno Georg Heisler: d’altra parte, è soprattutto a causa di Franz se Georg si è avvicinato alle idee marxiste ed è stato arrestato. Fra i fuggiaschi ci sono l’acrobata Belloni - il cui vero nome è Anton Meier - che punta tutto sulla destrezza e sull’agilità e Pelzer, che fa dell’astuzia la sua carta vincente. Georg si ferma a dormire per una notte nel duomo di Magonza. Il giorno dopo viene ritrovata solo la sua camicia insanguinata, che emana il fetore tipico di una ferita infetta, segno che l’evaso ha lesioni gravi e non andrà lontano se non si curerà. Il giovane è tormentato, dubbioso. Sa benissimo che molti degli altri sono già stati catturati o addirittura uccisi. Nel frattempo Elli, la moglie di Heisler, con cui di fatto il rapporto era definitivamente chiuso, viene arrestata e poi posta sotto sorveglianza, nella vana speranza che abbia ancora legami con il vecchio compagno, che è ricercatissimo uccel di bosco. Uno dopo l’altro i sette cadono tutti nelle mani del terribile comandante Fahrenberg, che ha ordinato di crocifiggere i sette fuggitivi a sette platani nei quali sono state intagliate altrettante croci. Georg va avanti, sospinto dall’amore per una nuova ragazza, Leni, che tiene viva la sua speranza e corrobora il suo spirito durante la fuga…

Sette croci, sette giorni, sette capitoli. Das siebte Kreuz, pubblicato per la prima volta nel 1942, è la storia di Georg Heisler ma il romanzo di Anna Seghers attinge alla vicenda vera di Hans Beimler, internato e torturato a Dachau - da cui riuscì a scappare un mese dopo - e alle testimonianze di diversi evasi da campi di concentramento. La narrazione ha un palese taglio cinematografico: l’autrice ricorre a un continuo scivolamento da un luogo all’altro, con conseguente coinvolgimento di diversi personaggi, e ovviamente una decisa dilatazione del tempo. Sarà anche per questo che nel 1944 Fred Zinnemann, regista celebre per Mezzogiorno di fuoco, ne trasse il noto omonimo film con Spencer Tracy. Il romanzo, amara analisi sulla repressione operata dai nazisti oltre che testimonianza della militanza comunista della stessa Seghers, è universalmente considerato un capolavoro, proprio perché per primo aprì uno squarcio sulla realtà dell’antifascismo nella Germania degli anni Trenta, e ha raccolto l’approvazione di giganti come György Lukács e Günter Grass. Non dispiace l’idea di gettare il lettore nel mezzo dell’azione narrativa, negli attimi concitati che seguono l’evasione, anche se a essere onesti dopo non viene dato nessun dettaglio sui personaggi, se non quei pochissimi cenni su Georg, Franz e Belloni, appena necessari a inquadrarli nell’orgia di nomi che si affollano nel romanzo della Seghers. Proprio questo è l’unico punto debole del libro: i personaggi risultano come una carrellata infinita di ectoplasmi sbiaditi e indefiniti, privi della minima caratterizzazione psicologica e fisica. Sono troppi e poco connotati, sfuggevoli. E questo rende la lettura meno piacevole di quanto sarebbe potuta essere.



 

 

 

 
 
 
 

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